venerdì 1 novembre 2019

8. Hai da accendere, per favore?






Faceva freddo e una leggera pioggia scendeva a bagnargli il cappello calzato leggermente sulla testa. Prese l’accendino dalla tasca e si accese una canna d’erba con un filo di tabacco dentro. Tirò una lunga soffiata e voltò a destra come d’abitudine per la sua passeggiata serale. Qualche ora prima aveva pagato l’affitto e fatta la spesa per tutta la settimana al Colruyt e buttato gli ultimi dieci euro per comprarsi una bustina di erba. E poi, aveva pensato, prossimamente si vedrà.
Cristo, quanto cazzo è brutto bestemmiare dietro ai soldi che non ci sono, continuava a tormentarsi aspirando subito un’altra boccata. Dicono che non facciano la felicità, dicono; ripeté nuovamente scuotendo la testa. Ma questa è una cosa dei ricchi che ne hanno a sufficienza. Per gli altri è differente.

Girò a sinistra automaticamente. Dopo aver fatto l’ennesima prova come plongeur il proprietario, un tipo grasso e quasi calvo, gli aveva detto: “Tony, mi dispiace, ma qui i clienti sono pochi. Tu sei una brava persona. Ma non posso tenerti. Ecco i soldi di questi giorni”.

Il fisico nonostante gli anni che andavano su era rimasto allenato dai tanti pomeriggi trascorsi in palestra a dare di guantoni. Quella avrebbe potuto essere una delle possibili svolte della sua vita. Ma non era andata: ci si era messa l’università da finire, mai finita. Ed eccolo a Bruxelles a cercare un lavoro da un ristorante ad un altro, mentre condivideva una stanza in un edificio a due piani dove c’erano altre venti camere, venti persone e quattro bagni; due per piano.
Se la situazione fosse continuata in questo modo, si era detto, avrebbe mollato tutto e, ripresa la caparra dei due mesi, sarebbe ritornato di nuovo in Italia sperando di trovare qualcosa. Vedremo, si disse, prendendo Rue Gineste. Il tempo di cominciare a percorrerla ed un ragazzo gli si avvicinò chiedendogli se avesse un accendino.

Frugò tra le tasche e un secondo più tardi sentì la lama di un coltello puntata alla gola.

“Tira fuori tutto quello che hai lì dentro” gli ordinò il tizio con la felpa con il cappuccio tirato su, indicando le tasche del giubbotto.
“Non ho niente!”
“Dai, fai vedere. Non mi fare incazzare. Su!” lo minacciò con la lunga lama del coltello.
Tony svuotò tutte le tasche ritrovando anche il piccolo accendino rosso con cui si era acceso la canna poco prima aggiungendo “mi hanno appena licenziato. Non ho un lavoro. Non ho soldi: gli ultimi ci ho comprato questo” fece mostrando il cannone intanto spento.
“Non ci credo… comunque dammi il cellulare! Dov’è?” lo incalzò e poi “dove cazzo è il cellulare?” gli urlo contro strattonandolo.
“Me l’hanno rubato la settimana scorsa”.
Il tipo con la felpa allora gli mise le mani tra le palle per assicurarsi che non ci fosse nascosto nulla lì in mezzo e poi si abbassò controllando attorno ai polpacci e scese giù giù fino alle scarpe per essere sicuro che Tony non mentisse.
Questo era il momento buono, pensò Tony, per dargli una ginocchiata sulla faccia. Una volta, mica secoli fa, l’avrebbe fatto e la faccia di questo coglione si sarebbe coperta di sangue immediatamente e i denti schizzati via e sparpagliati sul marciapiede.

Ma questo era una volta. Ora non più.


venerdì 25 ottobre 2019

9. La Prima e la Seconda





“Lu’, ti devo parlare. Ci possiamo vedere questa sera a casa mia?”
“Certo! A che ora facciamo?”
Lucia e Laura le conoscono tutti a Bruxelles o, per essere più precisi, tutti sanno che sono due gemelle pressoché identiche che lavorano nelle istituzioni o, più precisamente, al Consiglio; che delle istituzioni è da tutti considerata la più potente.

Il potere lo si coglieva in tutta la sua presenza in Lucia mentre la sua assenza veniva silenziosamente taciuta in Laura.

Le loro erano state due vite che si erano sempre mosse in parallelo ma con Lucia leggermente in avanti sulla linea del tempo. Delle due, infatti, lei era stata la prima a nascere e da allora ciò aveva condizionato i successivi avvenimenti delle loro esistenze a partire dal modo stesso in cui venivano affettuosamente chiamate dalla madre: Lucia era la “Prima” e Laura la “Seconda”.

Nel corso del tempo tale fatto aveva determinato nella Seconda un costante ritardo nei suoi desideri e nei suoi bisogni.

Come accade in tante famiglie le due sorelle un po’ si emulavano ma poi, diversamente da come succede normalmente, non avevano cessato di farlo. Quanto faceva la Prima si realizzava a distanza di tempo (qualche volta dopo un po’ più di tempo e tal altra dopo un po’ meno) nella Seconda. Quasi che dopo un po’ per sapere che cosa stesse per accadere alla Seconda, diciamo tra anno, lo si potesse desumere con precisione quasi matematica osservando ora il comportamento della Prima.
Le due traiettorie esistenziali dunque procedevano parallele ma solo con un po’ di T a differenziarle; temporalmente asincrone, ma largamente prevedibili; almeno per la Seconda. Quando anni prima la Prima decise di fare un master di “Politiche pubbliche” a Parigi, la Seconda ci aveva impiegato qualche mese prima di optare per la medesima scelta convincendosi che sarebbe stato un bene anche per la sua carriera l’ulteriore ciclo di studi sulle rive della Senna.
La Prima, nel frattempo, aveva già programmato la prossima meta della propria vita professionale ed era così atterrata sul Palazzo Justus Lipsius a Bruxelles. Da qui di tanto in tanto sottolineava, tra una cosa ed un’altra, quanto fosse allettante la prospettiva di un incarico ben retribuito all’interno delle istituzioni.
“Dovresti iscriverti all’EPSO!” sussurrava la Prima tra una chiacchiera ed un messaggio alla Seconda, mentre quest’ultima in un pomeriggio di fine settembre, a Parigi, girando tra Rue Bonaparte, Rue du Vieux Colombier e approdando poi a Rue Férou si era interrogata sul perché trasferirsi a Bruxelles. Ma poi era andata a finire come era andata a finire ossia si era ritrovata a fare la funzionaria al Consiglio.
“Facciamo alle sette questa sera a casa mia. Ok?”
“Bene, bene. Ciao!”
Fece due giri dell’isolato alla ricerca di un parcheggio quando finalmente vide che una macchina aveva appena messo in moto mentre le frecce direzionali ne segnalavano l’immediata partenza. Attese qualche attimo e intanto pensò che cosa avesse da dirle Lucia tanto da invitarla a casa sua.
Parcheggiò e tirò fuori le chiavi dell’appartamento della gemella non senza aver prima dato al citofono due brevi squilli seguiti da uno lungo. Salì all’ultimo piano e vide la porta accostata in attesa del suo ingresso.
“Hai già cenato?” fece la Prima.
“No, non ancora”, rispose la Seconda levandosi il cappotto e gettandolo sul divano.
“Un piatto di pasta?” domandò la Prima prendendo il cappotto della Seconda per appoggiarlo sull’attaccapanni.
“Sì, ok per un piatto di pasta. Hai ancora il sugo di mamma?”
“Certo. Conservato per questa sera”, replicò la Prima andando verso la cucina per mettere su l’acqua della pasta e poi da lì gridò “hanno aperto una posizione alla Delegazione a Washington e mi sto informando su come fare per andarci”. E poi aggiunse tornando in sala con due calici  “non sarebbe male, vero?”

“No, non sarebbe male per niente. Davvero!” Ma poi Laura esclamò “Washington? Troppo lontano!” levandosi le scarpe e portando le gambe sul divano.

venerdì 18 ottobre 2019

10. La regina delle cuevas del Sacromonte




Un urlo e poi uno sparo squarciarono il silenzio della notte all’incrocio tra la calle Sarabia e la calle San Matías nella città ai piedi della Sierra Nevada. Non ero sicuro dell’urlo ma lo sparo, sono sicuro che fosse uno sparo, mi svegliò.
Porca troia! Che cazzo succedeva?
Un altro sparo ancora? Mi chiesi, titubante.
La giornata era cominciata viaggiando tra Malaga e Granada. Dopo un primo giro in piazza de la Merced dove il genio di Malaga visse parte della sua vita, m’imbarcai su un bus della compagnia Alsa in direzione di Granada, dove avrei cominciato il mio pomeriggio di lavoro.
La cosa non era molto impegnativa e la città piena di luce mi aveva accolto con un sole che mi aveva subito scaldato il cuore, dopo gli ultimi giorni trascorsi sotto il cielo piovoso e grigio di Bruxelles.
A cena, accanto a me, una ragazza tedesca mi informava a lungo sulle sue peregrinazioni: Berlino, Colonia e ora Monaco.
“Mi ripeti il tuo nome?”, le domandai ad un certo momento della nostra conversazione.
“Eva-Maria”.
“Eva-Maria?” ripetei.

“Ma puoi chiamarmi solo Eva”, fece portandosi il bicchiere di birra verso la bocca.

“Beh… ok… andata solo per Eva; come Eva la seconda donna di Adamo”, conclusi con un sorriso.
“La seconda donna di Adamo?” ribatté lei piuttosto sorpresa.
“Vuole del vino?” mi chiese nuovamente un cameriere gentile che stava lì da qualche secondo in attesa che noi finissimo di parlare.
“Sì, grazie”, e gli allungai il calice.
La cena andava avanti con chiacchiere tipo “però effettivamente la cucina spagnola se comparata a quella dei paesi del nord Europa… niente! Non c’è niente da dire!” o anche “Eh già… senza trascurare il carattere esuberante degli spagnoli, ne vogliamo parlare? La loro voglia di fare fiesta”.
La stanchezza conseguente alla lunga giornata mi suggerì di compiere un rapido saluto ed ero già sulla strada verso l’hotel. Il freddo si era fatto pungente e gli effetti della vicinanza della Sierra Nevada si facevano sentire consigliandomi un ulteriore giro di sciarpa attorno al collo.
Arrivato all’hotel, salutai la ragazza della reception e finalmente mi ficcai a letto.

Ed ecco la voce di un uomo che gridava.

E poi ecco il primo sparo seguito poco dopo dal secondo.
Ma l’ho sentito davvero?
Sentì pulsarmi il cuore e attesi per vedere se qualcosa si fosse mosso al piano di sopra.
Niente. Nessuna voce. Nessun passo.
Aspettai ancora. Bum bum bum: temevo mi scoppiasse il cuore.
Ok, decisi di scendere alla reception.
Non c’era nessuno. Vidi una stanza dietro il piccolo scrittoio e bussai. La ragazza della reception comparve e mi domandò:
“Sì?”
“Ma lei ha sentito qualcosa?”
“Cosa?”
“Delle urla”
“Urla?”
“Esatto. Delle urla”.
“No, veramente non ho sentito nulla. E comunque sa a Granada può succedere”.
“Invece, lo sparo?”
“Lo sparo? Quale sparo?” Sgranò gli occhi come a dire “tutto bene?”.
“Sì. Ho udito uno sparo. E poi qualcuno che fuggiva”.
“Impossibile”, e poi aggiunse “che giorno è oggi?”
“Venerdì”, le replicai e subito dopo “e quindi?”.
“Beh… è il giorno in cui Lilith, la regina delle cuevas del Sacromonte, viene a prendersi un giovane; un ragazzo di venti anni per portarlo via con sé. Non si preoccupi e torni pure a dormire”.
Mi salutò un po’ annoiata e rientrò da dove era uscita qualche minuto prima.

Erano le 4.51 e da allora non presi più sonno fino al momento in cui suonò la sveglia.

venerdì 11 ottobre 2019

11. Melicious: un angolo di Italia contemporanea a Bruxelles





Non vado spesso per ristoranti italiani a Bruxelles.
Per tante ragioni.
Boh, tanto per cominciare se desidero il cibo italiano me le faccio a casa. E poi tornando in Italia con una certa regolarità posso approfittare della gastronomia del “bel paese” mentre sono giù.
E ancora, come mi ha raccontato una volta un cuoco che lavorava in un ristorante italiano qui in Belgio, quanto la cucina italiana, analogamente a tutte le altre, venga sovente reinterpretata tenendo conto dei gusti del posto e quindi per esempio, lui, sulla carbonara l’uovo lo metteva alla fine, crudo.

E tanti saluti alla ricetta della nonna.

In realtà non vado tanto per ristoranti punto e basta. E quando accade è perché magari ho la curiosità di scoprire un ambiente nuovo, dei cibi mai assaggiati o semplicemente mi si propone una serata conviviale con alcuni amici che non vedo da tempo. Altrimenti sto a casa. E buona lì!
D’altro canto, se uno si ferma a rifletterci qualche secondo, la storia di andare a mangiare fuori non è che sia cominciata da secoli, almeno per quanti non fossero membri del cosiddetto jet-set. Tutti gli altri il ristorante potevano scordarselo o tutt’al più lo vedevano dalle cucine. Ma poi è arrivato il boom economico e oltre alla macchina da acquistare a rate, sono arrivate assieme le ferie agostane e le cene al ristorante.
Insomma, la settimana scorsa ero solo e un amico cuoco, dopo aver lavorato anni in diecimila posti tra trattorie, osterie, tavole calde e via elencando qui a Bruxelles, mi aveva chiesto se potevo passare a trovarlo e vedere come s’era piazzato.

Perché no?

Ho attraversato mezza città e sono approdato a Woluwe-Saint-Pierre al Melicious. Il locale è piccolo (una ventina di coperti nella sala principale e altrettanti in quella dietro che dà sul giardino) e piuttosto spoglio. Alle pareti una riproduzione più da pub che da ristorante italiano. E la cosa, lo confesso, mi ha fatto un gran piacere: finalmente non c’è la solita locandina di “vacanze romane” sui muri!
La cameriera, Maria, elenca, leggendo su un taccuino volante (scusandosi per la precarietà della cosa ma hanno appena aperto e il menù sarà pronto a breve) i piatti della sera e chiede cosa io desideri. Lei, comunque, mi suggerisce delle lasagne che, ripete, sono il piatto forte dello chef.
Accetto. E chiedo pure un bicchiere di vino rosso.
Non sono un gran gourmet e non pubblico su Instagram o Facebook foto di cibi e vini come fanno in molti: in breve non appartengo alla food porn community. Le lasagne mi sembrano buone con la parte superiore leggermente croccante; con un sugo di pesce che non avevo mai mangiato. Il mio amico cuoco mi prende da un lato e, inorridito, mi confessa all’orecchio come in altri ristoranti italiani sia capitato che diano delle lasagne del Delhaize, quelle da due euro e mezzo e poi una volta scaldate ci si metta sopra un po’ di pomodoro, e via come se fossero state fatte a mano.

No, lui no.

Ci mette tutta l’anima ai fornelli e fa un gesto di orrore ripensando alla confezione del Delhaize prima di recarsi nuovamente in cucina.
Rifaccio un altro sorso di vino. E mi riguardo attorno e rivedo che alle pareti non ci sono Sofia Loren, Totò e Alberto Sordi intenti a gustarsi degli spaghetti. E manca anche Franco Califano che suona amaro “tutto il resto è noia”.
Mi rallegra vedere un angolo di Italia contemporanea dove una cameriera ventenne originaria di Cosenza, salutati gli ultimi clienti, ascolta Fred de Palma insieme ad Ana Mena, Ghali e Sfera Ebbasta, mentre apparecchia daccapo per il servizio del giorno successivo.



venerdì 4 ottobre 2019

12. Don Abbondio su Ryanair





Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due cate-
Un viaggio su Ryanair è sempre un insieme di ansie che si scioglie
ne non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda del-
una volta saliti sull’aereo. Io in genere per scaramanzia e pigri-
lo sporgere e del rientrare  di quelli, vien, quasi a un tratto, a
zia tendo a mettermi nelle prime file. Ma non lo faccio acquistan-
ristringersi,  e a prender corso e figura di fiume, tra un promon-
do il posto come invita pressantemente la compagnia ogni volta che
torio a destra, e un’ampia  costiera dall’altra parte; e il ponte,
può, esclamando in  rosso “vuoi avere più  spazio per le  gambe?”,
che  ivi congiunge le  due rive, par che renda ancor più sensibile
allora acquista subito a soli dieci  euro il posto  numero  sedici  
all’occhio questa  trasformazione, e segni il punto in cui il lago
e potrai viaggiare comodo e come  preferisci  tu. No, io  attendo.
cessa, e l’Adda  rincomincia, per  ripigliar poi nome di lago dove

si danno delle oneste coltellate,
ha ognuno l’arma del suo continente

Aspetto l’ultimo momento  a fare il check-in proprio quando poi la
le rive,  allontanandosi  di nuovo,  lascian l’acqua distendersi e
compagnia dovrà assegnare tutti i posti anche quelli  comodi e de-
rallentarsi in  nuovi golfi e  in nuovi seni. La costiera, formata
siderati da numerosi passeggeri.
dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti
Salito e messomi comodo mi seguo noiosamente l’ennesima spiegazio-
contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce  lombarda,
ne  con le assistenti di volo che indicano le uscite di sicurezza,
il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fan-
mentre, a seconda della stagione, dentro l’aereo comincia a fare o
no somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, pur-
troppo caldo o troppo freddo.
ché sia di  fronte,  come per  esempio di su le mura di Milano che
Il passeggero accanto ha già messo un braccio grasso sul braccio-
guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal  contras-
lo ed io ho un moto di stizza che vorrei comunicargli.

le loro lingue parlano fendenti.
c’è chi bersaglia meglio nella pancia,

segno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome
Ma non è un bene. Perché la dittatura  delle  buone maniere mi im-
più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale
pone di dargli una coltellata che deve essere onesta. Ed io  trovo
con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in vallon-
moralmente inaccettabile dare una coltellata  onesta. Quindi  poso
celli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e
il capo sul finestrino, il tempo di rullaggio e di decollo e sono

il  lavoro dell’acque. Il  lembo estremo,  tagliato dalle foci de’
pronto per dormire.

chi taglia al collo come coi capretti
e chi finisce l’altro a calci e pugni

torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vi-
Le voci delle assistenti di volo e il loro prodigarsi per  vendere
gne,  sparse di  terre, di  ville,  di  casali; in  qualche  parte
profumi “oggi” (e solo oggi) scontati  si  allontanano. Né l’odore
boschi, che si prolungano su  per la montagna.  
delle lasagne vegane sortisce qualche effetto e così dopo quaranta
minuti sono sveglio con un filo di saliva secco su un angolo della
bocca e la voce del capitano che annuncia “signori e signore,abbiamo
cominciato la manovra di approccio verso l’aeroporto di Charleroi 
dove atterreremo fra venti minuti”. Non c’è tempo di capire se 
don Abbondio abbia avuto o meno un moto di dignità.

venerdì 27 settembre 2019

13. Quel postribolo di Bruxelles




Se c’è una cosa che mi ha sempre stupito di Bruxelles è la quantità di eventi, conferenze, seminari, tavole rotonde, summit ma anche “breakfast conference, lunch conference” e appetizer meeting. Lo so sarò provinciale ma tutte queste conferenze mi danno alla testa. Rimango lì a bocca aperta con l’insormontabile difficoltà di scegliere a quale andare a fare la claque. E finisco così per recarmi alla prima che capita come ho fatto l’altro giorno.
Il commissario uscente, un uomo alto e massiccio, era pronto a fare la sua allocuzione attesa con trepidazione da tutti tranne che da se stesso con la testa persa chissà dove. Forse al passato, quando cinque anni prima cominciò questa avventura istituzionale.

Discorso.
Applausi.

L’ex commissario europeo nonché ex Presidente del Consiglio e attuale senatore a vita e presidente dell’università Bocconi (più, immagino, qualche altro centinaio di incarichi) Mario Monti, fresco di ruzzolone all’aeroporto, che illustrava le ragioni per cui una attenta politica di finanza pubblica sia importante per un paese, qualsiasi paese.

Applausi.

Il migliaio di partecipanti giunti da ogni angolo d’Europa affollava la grande sala sulle cui pareti, ormai l’ho visto più e più volte, venivano proiettate immagini rassicuranti simili a fiabe che la mamma ci leggeva prima di addormentarci con una bacio sulla fronte. E ‘sticazzi se a notte fonda i peggiori incubi trasportati, attraverso il cosmo, dal vento solare e direttamente precipitati dentro la cameretta ci facevano svegliare urlanti e con il cuore in gola.
All’ingresso signorine poliglotte controllavano il codice QR per verificare non fossi un impostore così da consegnarmi in un secondo momento i gadget dell’evento che quest’anno, chissà perché, ricordavano i “Fridays for future” e il loro obbligo morale di proteggere l’ambiente.

Sarà.

Che poi con i gadget che strizzano l’occhio ai Fridays for future” c’è sempre il complicato dubbio, terminato l’evento, la conferenza, il seminario, la tavola rotonda, il summit ma anche la “breakfast conference, il lunch conferencee l’“appetizer meeting, come sbarazzarsene. Altrimenti si finisce allo stesso modo che in “Sepolti in casa” travolti da agende, block-notes, chiavi usb, borse di stoffa con dodici stelle dorate su sfondo blu, accatastati in casa o in ufficio finché visti e rivisti non ci si decide a gettarli via divorati tuttavia dal dilemma etico dello spreco. E nodimeno incuriositi sul possibile punto di vista dei Circoli di Monaco e Gottinga sui gadget quali specificità fenomenica della capitale europea. Con un inchino intellettuale al maestro Guido Oldani e il suo realismo terminale.
La capitale del Belgio è sì dunque una città di eventi ma dove alla fin fine ciò che conta davvero è conoscere qualcuno e farsi conoscere da qualcun’altro. Niente di nuovo, osserverà distratto un lettore.

Insomma Bruxelles quale postribolo in cui tutti attendono sì di conoscere la persona giusta ma anche che arrivi il momento del buffet (sulla cui qualità variabile ci si potrebbe scrivere a lungo e che fatalmente dipende da chi organizza l’evento) oppure quello dell’aperitivo durante il quale il vino servito da camerieri in livrea aiuta a sciogliere la lingua e a lubrificare i rapporti fra perfetti sconosciuti immersi in chiacchiere di puro interesse addolcite però da parole di “small talk” sussurrate di tanto in tanto.


venerdì 20 settembre 2019

14. Cesso con vista





“Allora vi piace?”, domandò nervosa la ragazza parlando inglese con un leggero accento tedesco.
“Sì, siamo felicissime. È luminoso! E poi è in una zona perfetta per noi. Ed è giusto quello che volevamo spendere”, replicò Adriana e, un attimo dopo sorridendo, “almeno per il momento…”.
“Molto bene. Per onestà… volevo anche dirvi che c’è un piccolo problema”.
“Qual è?” interrogò allarmata Elena tornando a volgere lo sguardo verso la ragazza.
Elena e Adriana avevano deciso di affittarsi un appartamento interamente per loro cosi si sarebbe realizzato il desiderio di svegliarsi e addormentarsi finalmente assieme: il regalo che volevano donarsi per il loro undicesimo “mesiversario”. Poi con calma avrebbero pianificato il matrimonio e forse, magari più avanti, anche il concepimento di un figlio.
Un appartamento? Non esattamente: non potevano permettersene uno tutto intero. Ciò che contava, tuttavia, era dare un taglio con i kot e fare basta anche di vivere in coloc con altri tizi ai quali dopo un po’ rinunceresti volentieri. Un duplex o alla fine anche uno studio era intanto meglio di niente; poi si sarebbe visto.
Elena, piccola, bruna e capelli tagliati corti corti era fuggita già da molti anni da un piccolo paesino perso sugli Appennini mentre Adriana, cresciuta a Milano, dopo aver vissuto a lungo a Parigi, aveva scelto la capitale del Belgio perché ora lavorava in una charity che “lobbeggiava” le istituzioni comunitarie sul diritto all’aborto in Africa. Si erano incontrate alla proiezione del film “Les îles di Yann Gonzalez durante la rassegna “Pink screens” organizzata ogni anno al cinema Nova, in centro a Bruxelles.

E da quel giorno non si erano separate un secondo e “Les îlesera diventato il loro Big Bang”.

I giri per cercare casa si protraevano da circa un mese. E sull’appuntamento di oggi un po’ ci speravano: la stazione della metro di Porte de Namur praticamente lì, ad un tiro di schioppo da Place Jourdan e, nella descrizione, avevano anche letto che si affacciava sugli stagni di Place Flagey. Chissà che vista!, si rallegrarono. Ma la gioia si stemperò non appena immaginarono l’eventualità di essere in diecimilamilioni di persone all’appuntamento per la visita, come appunto era accaduto la settimana prima, quando c’era un nugolo di gente a seguire la tipa dell’agenzia immobiliare che si districava tra mille lingue.
L’incontro era stato fissato per le quindici ed erano le uniche lì ad aspettare. Il prezzo era abbordabile: cinquecento euro più le charges. In fondo avevano la forza di farcela, in due poi!
Suonarono. Si sentì il rumore secco del portone che si apriva.
Salirono le strette scale fino all’ultimo piano dove c’era una ragazza sull’uscio che le stava attendendo.
“Ciao, Elena”, e diede una stretta di mano robusta.
“Ciao, Adriana”, fece invece lei tirandosi dietro i capelli dagli occhi.
“Lena”, e aggiunse “benvenuti!”.
“Come vi dicevo al telefono, è uno studio. Luminosissimo! Si trova in una posizione ben servita. A due passi un po’ da ogni cosa. La conoscete questa parte della città?”
“Sì… sì…”, ribatté rapida Elena.
“Beh… allora non c’è bisogno vi dica tanto altro” concluse Lena senza dimenticare “comunque proprio qui vicino c’è anche un supermercato Delhaize super comodo: il venerdì è aperto fino alle nove di sera!”
“Allora vi piace?” sollecitò Lena dopo aver mostrato lo studio, temporeggiando davanti una grande vetrata dalla quale entravano alcuni raggi di sole.
“Molto! Era quello che stavamo cercando”, rispose ancora Adriana.
“C’è solo un piccolo problema ed è il bagno”.
“Il bagno?”, domandò Adriana.
“Sì, non è collegato alla rete fognaria. C’è solo una latta”.
“Una latta?”, ripeté incredula Adriana, “Come una latta?” chiese nuovamente attonita.
“Esatto, una latta. La vedete?” disse dopo essersi leggermente allontanata e aver spostato una tenda con su alcuni disegni di Tintin e indicando un latta tipo quella MaxMeyer per la pittura murale da quattordici litri di bianco candido su cui era poggiata una ciambella. “Poi ovviamente potete svuotarla voi all’occorrenza. Nella latta io ci metto una busta di quelle grandi. Così non sono costretta a buttarla via tutti i giorni”.
Elena e Adriana si guardarono come a dire “te l’immagini che disastro lì dentro la volta che entrambe abbiamo le mestruazioni?”