venerdì 27 settembre 2019

13. Quel postribolo di Bruxelles




Se c’è una cosa che mi ha sempre stupito di Bruxelles è la quantità di eventi, conferenze, seminari, tavole rotonde, summit ma anche “breakfast conference, lunch conference” e appetizer meeting. Lo so sarò provinciale ma tutte queste conferenze mi danno alla testa. Rimango lì a bocca aperta con l’insormontabile difficoltà di scegliere a quale andare a fare la claque. E finisco così per recarmi alla prima che capita come ho fatto l’altro giorno.
Il commissario uscente, un uomo alto e massiccio, era pronto a fare la sua allocuzione attesa con trepidazione da tutti tranne che da se stesso con la testa persa chissà dove. Forse al passato, quando cinque anni prima cominciò questa avventura istituzionale.

Discorso.
Applausi.

L’ex commissario europeo nonché ex Presidente del Consiglio e attuale senatore a vita e presidente dell’università Bocconi (più, immagino, qualche altro centinaio di incarichi) Mario Monti, fresco di ruzzolone all’aeroporto, che illustrava le ragioni per cui una attenta politica di finanza pubblica sia importante per un paese, qualsiasi paese.

Applausi.

Il migliaio di partecipanti giunti da ogni angolo d’Europa affollava la grande sala sulle cui pareti, ormai l’ho visto più e più volte, venivano proiettate immagini rassicuranti simili a fiabe che la mamma ci leggeva prima di addormentarci con una bacio sulla fronte. E ‘sticazzi se a notte fonda i peggiori incubi trasportati, attraverso il cosmo, dal vento solare e direttamente precipitati dentro la cameretta ci facevano svegliare urlanti e con il cuore in gola.
All’ingresso signorine poliglotte controllavano il codice QR per verificare non fossi un impostore così da consegnarmi in un secondo momento i gadget dell’evento che quest’anno, chissà perché, ricordavano i “Fridays for future” e il loro obbligo morale di proteggere l’ambiente.

Sarà.

Che poi con i gadget che strizzano l’occhio ai Fridays for future” c’è sempre il complicato dubbio, terminato l’evento, la conferenza, il seminario, la tavola rotonda, il summit ma anche la “breakfast conference, il lunch conferencee l’“appetizer meeting, come sbarazzarsene. Altrimenti si finisce allo stesso modo che in “Sepolti in casa” travolti da agende, block-notes, chiavi usb, borse di stoffa con dodici stelle dorate su sfondo blu, accatastati in casa o in ufficio finché visti e rivisti non ci si decide a gettarli via divorati tuttavia dal dilemma etico dello spreco. E nodimeno incuriositi sul possibile punto di vista dei Circoli di Monaco e Gottinga sui gadget quali specificità fenomenica della capitale europea. Con un inchino intellettuale al maestro Guido Oldani e il suo realismo terminale.
La capitale del Belgio è sì dunque una città di eventi ma dove alla fin fine ciò che conta davvero è conoscere qualcuno e farsi conoscere da qualcun’altro. Niente di nuovo, osserverà distratto un lettore.

Insomma Bruxelles quale postribolo in cui tutti attendono sì di conoscere la persona giusta ma anche che arrivi il momento del buffet (sulla cui qualità variabile ci si potrebbe scrivere a lungo e che fatalmente dipende da chi organizza l’evento) oppure quello dell’aperitivo durante il quale il vino servito da camerieri in livrea aiuta a sciogliere la lingua e a lubrificare i rapporti fra perfetti sconosciuti immersi in chiacchiere di puro interesse addolcite però da parole di “small talk” sussurrate di tanto in tanto.


venerdì 20 settembre 2019

14. Cesso con vista





“Allora vi piace?”, domandò nervosa la ragazza parlando inglese con un leggero accento tedesco.
“Sì, siamo felicissime. È luminoso! E poi è in una zona perfetta per noi. Ed è giusto quello che volevamo spendere”, replicò Adriana e, un attimo dopo sorridendo, “almeno per il momento…”.
“Molto bene. Per onestà… volevo anche dirvi che c’è un piccolo problema”.
“Qual è?” interrogò allarmata Elena tornando a volgere lo sguardo verso la ragazza.
Elena e Adriana avevano deciso di affittarsi un appartamento interamente per loro cosi si sarebbe realizzato il desiderio di svegliarsi e addormentarsi finalmente assieme: il regalo che volevano donarsi per il loro undicesimo “mesiversario”. Poi con calma avrebbero pianificato il matrimonio e forse, magari più avanti, anche il concepimento di un figlio.
Un appartamento? Non esattamente: non potevano permettersene uno tutto intero. Ciò che contava, tuttavia, era dare un taglio con i kot e fare basta anche di vivere in coloc con altri tizi ai quali dopo un po’ rinunceresti volentieri. Un duplex o alla fine anche uno studio era intanto meglio di niente; poi si sarebbe visto.
Elena, piccola, bruna e capelli tagliati corti corti era fuggita già da molti anni da un piccolo paesino perso sugli Appennini mentre Adriana, cresciuta a Milano, dopo aver vissuto a lungo a Parigi, aveva scelto la capitale del Belgio perché ora lavorava in una charity che “lobbeggiava” le istituzioni comunitarie sul diritto all’aborto in Africa. Si erano incontrate alla proiezione del film “Les îles di Yann Gonzalez durante la rassegna “Pink screens” organizzata ogni anno al cinema Nova, in centro a Bruxelles.

E da quel giorno non si erano separate un secondo e “Les îlesera diventato il loro Big Bang”.

I giri per cercare casa si protraevano da circa un mese. E sull’appuntamento di oggi un po’ ci speravano: la stazione della metro di Porte de Namur praticamente lì, ad un tiro di schioppo da Place Jourdan e, nella descrizione, avevano anche letto che si affacciava sugli stagni di Place Flagey. Chissà che vista!, si rallegrarono. Ma la gioia si stemperò non appena immaginarono l’eventualità di essere in diecimilamilioni di persone all’appuntamento per la visita, come appunto era accaduto la settimana prima, quando c’era un nugolo di gente a seguire la tipa dell’agenzia immobiliare che si districava tra mille lingue.
L’incontro era stato fissato per le quindici ed erano le uniche lì ad aspettare. Il prezzo era abbordabile: cinquecento euro più le charges. In fondo avevano la forza di farcela, in due poi!
Suonarono. Si sentì il rumore secco del portone che si apriva.
Salirono le strette scale fino all’ultimo piano dove c’era una ragazza sull’uscio che le stava attendendo.
“Ciao, Elena”, e diede una stretta di mano robusta.
“Ciao, Adriana”, fece invece lei tirandosi dietro i capelli dagli occhi.
“Lena”, e aggiunse “benvenuti!”.
“Come vi dicevo al telefono, è uno studio. Luminosissimo! Si trova in una posizione ben servita. A due passi un po’ da ogni cosa. La conoscete questa parte della città?”
“Sì… sì…”, ribatté rapida Elena.
“Beh… allora non c’è bisogno vi dica tanto altro” concluse Lena senza dimenticare “comunque proprio qui vicino c’è anche un supermercato Delhaize super comodo: il venerdì è aperto fino alle nove di sera!”
“Allora vi piace?” sollecitò Lena dopo aver mostrato lo studio, temporeggiando davanti una grande vetrata dalla quale entravano alcuni raggi di sole.
“Molto! Era quello che stavamo cercando”, rispose ancora Adriana.
“C’è solo un piccolo problema ed è il bagno”.
“Il bagno?”, domandò Adriana.
“Sì, non è collegato alla rete fognaria. C’è solo una latta”.
“Una latta?”, ripeté incredula Adriana, “Come una latta?” chiese nuovamente attonita.
“Esatto, una latta. La vedete?” disse dopo essersi leggermente allontanata e aver spostato una tenda con su alcuni disegni di Tintin e indicando un latta tipo quella MaxMeyer per la pittura murale da quattordici litri di bianco candido su cui era poggiata una ciambella. “Poi ovviamente potete svuotarla voi all’occorrenza. Nella latta io ci metto una busta di quelle grandi. Così non sono costretta a buttarla via tutti i giorni”.
Elena e Adriana si guardarono come a dire “te l’immagini che disastro lì dentro la volta che entrambe abbiamo le mestruazioni?”

venerdì 13 settembre 2019

15. Cronaca di una multa annunciata



“Signore! Signore, il biglietto per favore?”
Alzai la testa dal libro e realizzai che un omone da più di cento kili con l’uniforme della Stib, la società che gestisce la rete dei mezzi pubblici nella regione di Bruxelles, mi stava chiedendo di mostrargli il titolo di viaggio. Gli dissi che l’avevo scordato a casa.
“Può scendere, per cortesia?”, mi domandò facendo la faccia “sì, vabbè l’hai dimenticato a casa!”

Acconsentii.

La parete di controllori incollata al marciapiede della fermata del tram suggeriva infatti caldamente di farmi tenere un comportamento sobrio, senza inventare scuse implausibili tipo “Des extraterrestres ont kidnappé ma carte MOBIB”.
Ci ho sempre creduto: un insieme di avvenimenti molto raramente ha un esito totalmente casuale. Il caso ci si ficca solo alla fine per confondere le acque o per ricordarci, vanesio, quanto sebbene “programmiate tutto, io invece sono qui a fottervi allegramente e a rendere le vostre esistenze simili a lanterne cinesi che si liberano d’estate sulla spiaggia, e che volano trasportate dalla brezza ora qui e ora là”.
Il mio rientro dall’Italia era avvenuto da poche ore, o meglio, ero riuscito a far salire su un volo Ryan il mio corpo e trascinarlo riottoso fino in Belgio. Normalmente mi occorrono alcuni giorni perché questi si adegui alle nuove abitudini, cosa che da un lato mi rende la vita un po’ difficile, anche se dall’altra diluisce il mio ingresso nella nuova routine, mantenendomi ancora con lo sguardo curioso per qualche giorno. Nonostante avessi visto la differenza di temperature tra i due paesi, mi convinsi comunque a volare con i calzoni corti assecondando più lo spirito vacanziero che quello lavorativo di Bruxelles. All’arrivo a gare du Midi cacciai dal portafoglio la mia carta MOBIB con quattro biglietti lasciati lì prima del break estivo. Ne obliterai uno, come da regola, e rimisi poi nella tasca posteriore la tessera. Faccio costantemente il biglietto quando salgo sui mezzi perché sono tendenzialmente ligio al dovere e, in aggiunta, non ho intenzione di spaccarmi il cazzo dall’ansia, controllando ad ogni fermata, se ci sono in attesa i culturisti della Stib in pausa palestra.
Il pomeriggio seguente il clima fresco brussellese mi aveva obbligato al repentino cambio di guardaroba: pantaloni lunghi e felpa, senza temporeggiare troppo! Il tempo soleggiato, quantunque fresco, d’altra parte mi aveva invitato a fare una lunga passeggiata a piedi tra le vie del centro, con una sosta per un pastis a “Le Marseillais” a Place Jeu de Balle.
Adoro camminare e se è possibile percorro il tratto da casa in ufficio a piedi. La strada non è poi tanta e io me la faccio con piacere guardandomi attorno. Gli occhi sono spesso rivolti in alto cercando di scoprire i cambiamenti che la città va attuando o individuando angoli o dettagli che purtroppo la cecità provocata dalla routine nasconde. E cosi il tragitto del primo giorno di lavoro si era compiuto a piedi, sia all’andata che al ritorno.
La mattina successiva, complice la fretta, decisi di prendere i mezzi per andare in ufficio e, fatto assai importante, di rinnovare pure l’abbonamento mensile. Giunto alla fermata del tram ed estratto il portafoglio scoprii con un certo disappunto che avevo lasciato la carta MOBIB a casa e che quindi avrei dovuto rinviare il rinnovo dell’abbonamento.

Pazienza!

Optai di sfidare il caso facendomi forza del fatto che in tutti questi anni a Bruxelles avevo adempiuto, senza eccezione, all’obbligo morale dell’acquisto del biglietto e pertanto mi sentii ampiamente creditore nei confronti del fato, e che cazzo!
A conclusione della giornata in ufficio tornai alla fermata per riprendere nuovamente il mezzo questa volta con destinazione casa. Controllai ancora una volta il portafoglio per vedere se intanto la tessera MOBIB fosse ricomparsa e, non vedendola, accettai pigramente di viaggiare privo di biglietto.
Risfidai la sorte per una seconda volta e per di più sprovvisto di una rete di salvataggio giù in basso: uno straccio di biglietto che avrei potuto acquistare dal conducente e obliterarlo all’occorrenza. Niente. Ciascuna singola azione infine si era perfettamente incastrata contribuendo, come un puzzle, alla realizzazione del disegno del quale ero protagonista mio malgrado.

Il proposito si compì: e hai voglia a dire al palestrato della Stib che tutto era cominciato con un paio di pantaloni corti tuttora buttati sul divano. Mi dispiace, mi disse: “sono 107 euro e questo sottolineato BE78096320931086 è l’IBAN per effettuare il pagamento”.




venerdì 6 settembre 2019

16. Pareva ieri






Tempo ormai di tornare.
I girasoli erano tutti neri e piegati in avanti come il capo di Cristo sulla croce. I festival del dialetto che avevano allietato le piazze si erano conclusi e gli organizzatori avevano già tirato le somme e si erano dati appuntamento per ottobre per pianificare quello del prossimo anno. Gli stagionali che a giugno avevano gli occhi spiritati sorridevano e tiravano finalmente un po’ di fiato mentre senza fretta i primi chioschi sulla spiaggia cominciavano a sbaraccare e i gestori si davano presto un gancio in qualche angolo di sud America o “nell’isola che nessuno conosce ancora” in Thailandia. E nei borghi splendidi e abbarbicati dove ci si recava a cercare un po’ di riparo dal caldo infernale ricomparivano i gatti randagi solitari, padroni delle vie deserte alla fine. I turisti olandesi e belgi,  spossati anche loro dal caldo, dopo aver fotografato sul ciglio della strada i filari delle viti ben ordinati si accalcavano adesso sui voli di rientro felici di riprendere la via di casa, con il lusso di potersi esprimere nuovamente senza errori né imbarazzo.

Erano passati due mesi ma sembrava ieri.

Era stupefacente osservare quanto le giornate di settembre nelle città di riviera assomiglino al tardo pomeriggio in spiaggia dopo una lunga giornata distesi sul telo. Pian piano, infatti, la spiaggia si svuotava degli ultimi bagnanti, le onde del mare lentamente si accorciavano, il frastuono e le grida si riducevano fino a scomparire intanto che i gabbiani più intraprendenti cercavano del cibo planando qua e là, garrendo impazziti.

Ecco questo era settembre.

Il cielo si faceva più terso e il suo colore tornava ad essere di nuovo azzurro. La forma delle colline su in alto si percepiva chiaramente e tutto quello che le circondava si dettagliava, contrariamente ai mesi di luglio ed agosto quando l’umidità come una specie di rotolo di pellicola Cuki, avvolgendoli, te le trasfigurava.
Ieri sera mi ero fatto poi una passeggiata costeggiando il molo dei pescherecci mentre da due grandi cartelli Run mi guardava stupito con gli occhi sgranati chiedendosi perché. “Top Gun” e “Airone bianco” ondeggiavano sfiorandosi di tanto in tanto facendo un balletto all’unisono. Il riflesso della luna sull’acqua nera e gonfia di gasolio si confondeva con la luce sparata dai fari montati sugli sconfinati parcheggi vuoti, ora che i traghetti avevano ridotto il numero dei viaggi dall’altra parte del mare. Peppino, trenta anni sopra un peschereccio, ingannava il tempo fumando una sigaretta e, nel frattempo che il comandante e il nostromo arrivassero, sistemava la trinca e la ghia, penzolanti dall’archetto.
Il saluto agli amici in Italia si era sciolto in cene che terminavano costantemente con un “fai un buon viaggio di rientro a Bruxelles” e un “allora, ci vediamo la prossima volta che rientri”. Il verbo “rientrare” non mutava, era il medesimo e veniva naturalmente usato con leggerezza perché chi lo esprimeva lo faceva privo di attenzione. Cambiava solo la destinazione del rientro. Ci scambiavano gli ultimi abbracci e i Nu Guinea da un’auto con i finestrini abbassati cantavano:
“Pareva ajere
Era bello a sta’ in miezz’a via
Senza pensier…”

venerdì 30 agosto 2019

17. L'osservazione del pelo come palliativo alla catastrofe





Si continuava ad osservare il dito medio sinistro e per la prima volta scoprì l’esistenza di un lungo pelo nero all’altezza della seconda falange: disegnava una specie di volta che partiva da sinistra e si stendeva pigra quasi a concludersi al capo opposto. Non ci aveva mai prestato attenzione.
Perché solo adesso?
Gli tornarono alle mente le parole del suo amico Hans: insisteva, amaro, sul fatto che attualmente si tende a pensare e a scrivere scrutandosi l’ombelico mentre tutto accanto si svolge, triste, l’ennesima catastrofe quotidiana, presto sostituita da un’altra sulle pagine dei principali quotidiani.
L’osservazione dell’ombelico quale sollievo morale? Oppure boa di salvataggio cui aggrapparsi per volgere gli occhi altrove, nell’istante in cui ogni cosa affonda e si ha paura di colare a picco insieme? O forse è solo un palliativo?
Una piccola brezza intanto entrò nello studio tagliando di traverso la finestra con i doppi vetri. Lui continuò a scrutare quell’interminabile pelo massiccio.
Spesso.
Si interruppe e prese un foglio di carta bianca e cominciò a farci degli scarabocchi sopra. Ne venne fuori un banale triangolo isoscele. Non aveva mai posseduto una grande fantasia e i disegni che faceva alla fine non erano che mediocri forme geometriche. Ma quel triangolo gli materializzò la Randelli, la professoressa di matematica e fisica del liceo. Che lo terrorizzava tuttora. Di matematica e fisica ormai rammentava più nulla. Ma ricordare la Randelli, vederla entrare alta e austera e avvicinarsi alla cattedra il lunedì mattina le prime due ore quando ancora era viva l’angoscia della settimana appena iniziata era puro panico.

Una spremuta di ansia.

Un distillato di tormento.
Scosse la schiena, rabbrividendo.
Vediamo chi dobbiamo interrogare oggi, domandava spietata la Randelli mentre lui si celava lentamente dietro il compagno di scuola seduto al banco davanti, pregando in silenzio di non sentire estrarre il proprio nome.

Pregare!

All’ora di religione si bestemmiava spavaldamente ma poi quando giungeva quella di fisica si chiedeva l’aiuto di Dio, promettendo di smettere di imprecare la prossima lezione di religione.
False promesse.
Promesse fatte nel momento del bisogno.
Quando il nome chiamato e, richiamato, era proprio il suo e non un altro, si augurava il tutto si concludesse subito e senza dolore, un taglio netto; come poi avveniva regolarmente con il solito due sotto lo sguardo beffardo dei compagni. Chissà cosa pensavano loro prima di prendere sonno la sera.
Chissà su cosa si arrovellava Cristo prima di addormentarsi.
Eccolo di nuovo il pelo a volta. Una volta incompleta. Non si congiungeva con l’altro lato. Rimaneva lì, indeciso. La completo o non la completo questa volta, sembrava interrogarsi. La fatica di concludere, se ne doleva.
Se è vero il teorema che gli era capitato di leggere un giorno da qualche parte secondo cui in un “mondo che ci obbliga all’eccellenza fare schifo è un gesto rivoluzionario”, allora un suo corollario adulterino non poteva essere che quello di interrompere sistematicamente e con giudizio ogni incombenza cominciata: un atto di ribellione.
Un inno d’amore rivolto alla dea della sospensione.
Tornò a contemplare il lungo pelo apparso sul dito medio che non aveva alcuna intenzione di concludere la sua volta. Voleva lasciarsi incompiuto. Lo riguardò nuovamente e vide che era sparito ora.
Non c’era più.

venerdì 23 agosto 2019

18. Un biglietto di sola andata





Trentacinque anni compiuti da due mesi e di un lavoro come Cristo comanda non ne aveva più memoria non so da quanto. Sua madre continuava insistentemente a chiederle quando le avrebbe dato un nipotino e lei all’inizio le rispondeva “Ma’, ma di che nipotino stiamo parlando che non ho nemmeno uno straccio di ragazzo!”.

Ora aveva anche smesso di risponderle.

Un piccolo neo a metà del naso corto e gentile, un puntino a mezz’aria messo lì a testimoniare e a ricordarle tutti i santi giorni il carattere sospeso della sua vita e gli occhi gatteschi tristi come quelli di Querida, la gatta che le faceva compagnia da anni, ora malata. La frangia nera nera arrivava a coprirle le sopracciglia ordinate mentre la piccola macchia scura a forma di Iris capovolto sulla gamba destra sembrava ora anche più grande, procurandole qualche imbarazzo quando accavallava le gambe bianche.
Conclusa l’Accademia s’era impantanata con lavoretti fatti per racimolare qualche soldo per birre e sigarette giacché insieme ad altri aveva squattato un vecchio edificio fuori uso poco lontano dal centro della città.
Ma dalla fine dell’Accademia erano passati quasi dieci anni e all’orizzonte non solo non c’erano un ragazzo con cui vivere e il nipotino che mamma desiderava, ma neanche un fottuto lavoro con cui pagare ora l’affitto mensile.

Una vita di cacca, pensava.

L’unica consolazione erano quei duecento euro che le erano rimasti da una parte guadagnati alla bell’e meglio affittando su  Airbnb il mini appartamento dove viveva costringendola a farsi ospitare per una settimana da Maddi, la sua amica di sempre.
Sai che culo, duecento euro! E tra una decina di giorni toccava pure sborsare nuovamente i soldi per l’affitto.
Prese la piccola macchina a metano e si fermò al primo bar e si fece alcune birre fumando una sigaretta dietro l’altra. Voglia di tornarsene a cuccia zero e l’alcool inoltre aveva cominciato a fare il suo piacevole effetto. Riprese la macchina facendo alcuni giri a vuoto indecisa e, come sempre, alla fine piombò sul solito bar lì lì che stava per tirare giù le saracinesche. Il barista non le dispiaceva affatto ma aveva presto intuito che non c’era storia. Troppo giovane.

Cazzo, non voleva rimorchiare cosi, a matto.

I ragazzi non le erano mai mancati. E volendo bastava che si fosse piantata un po’ lì davanti al bancone e se non fosse stato stasera sarebbe stato domani.
Ma per cosa?
Una scopata? Anche no, scosse la testa.
Dopo aver ordinato una vodka secca si accovacciò su uno sgabello all’esterno a rollarsi del tabacco. Un tipo intanto le s’era avvicinato chiedendole se avesse da accendere. Cacciò l’accendino dalla tasca e glielo diede facendogli capire di non tirarla molto per le lunghe.
Scolò subito il bicchiere e si alzò per andare a chiederne un’altra.
“Me ne fai un’altra, per favore?” e aggiunse perentoria “doppia!”.
Tre minuti dopo era già in macchina verso casa. Girò le chiavi sulla toppa e si voltò allarmata là dove lei era sempre accucciata. Non dava segni di vita. Si mise a piangere mentre il dolore per la morte di Querida le veniva su direttamente dallo stomaco.
Accese il PC e finalmente decise: un biglietto di sola andata per Pamplona.

venerdì 16 agosto 2019

19. Il rinnovamento del guardaroba linguistico





Come mi accadeva spesso, dopo qualche settimana in Italia e quando intravvedevo già i primi segnali dell’immediato rientro a Bruxelles mi decisi a fare quanto non fatto nel corso dei giorni passati, perché ancora avevo l’illusione del lungo tempo a disposizione.
Non era la prima volta che osservavo quanto i giorni al ritorno tendano a scorrere con un ritmo più accelerato come l’apparire e il coricarsi del sole che ora avvenivano ad una velocità sorprendente.
E così urgentemente consapevole che il numero dei giorni si accorciava e che la lista delle cose da fare si allungava accettavo di pranzare con Ben. Erano passati sicuro un paio di anni dall’ultima volta che ci beccammo ad un altro pranzo quando poi la sua auto ci lasciò pure a piedi sotto una pioggia che veniva giù a far male. Nel frattempo aveva avuto un figlio e s’era già separato dalla donna con cui l’aveva concepito.

Cose che succedono.

Era in ferie. Da qualche ora.
“Cosa prendiamo?", mi domandò.
Un’occhiata al menu. Faceva troppo caldo per prendere qualcosa di caldo e quindi decidemmo per un piatto di seppie e piselli bollenti. Scelta coerente, esclamammo. Con quaranta gradi, non vuoi mangiarti delle seppie e piselli?
“Be’, prendiamoci almeno una insalata”.
“Mi sembra il minimo.”
“Cazzo, una vita!”
“Eh, sì” rispose.
“Che dici? Com’è?” attaccai. D’altra parte Ben è uno che difficilmente si concentra per più di dieci secondi. Avrà detto miliardi di volte che ha il disturbo dell’attenzione. Sarà.
“Bene. Sai che mi sono allascato?”
“Allascato?”, lo fissai perplesso.
“Sì, Giulia. Finita! Boh… sarà un anno e mezzo… sta con uno divorziato… c’avrà sopra cinquanta anni: venti più vecchio di lei. Pensa un po’!”.
Feci sì con il capo lasciando immaginare un “niente di nuovo”.
Gli domandai “E tu?”
“Sto con Asia: è un ‘95. Non ci sta con la testa: una furiosa! È un annetto che stiamo insieme… insieme… si fa per dire… e adesso se ne vola per Birmingham.”
“Birmingham?”,.
Annuì allargando le braccia.
“Vedremo” fece scattando. “E da ieri mi hanno pure revocato nuovamente la patente. Ti ricordi dell’incidente di quella volta, no? Sono pure a piedi. Non so nemmeno come cazzo andarci a lavorare”.
“E al lavoro?”
“Bene. Tiro su tremila euro al mese. Ma giro l’Italia come una trottola partoriente. E quello sarebbe anche il meno. Il problema sono le stecche”.

“Stecche?”

“Eh, no? Per vendere i nostri prodotti nei supermercati devi dare delle stecche”. E abbassando la voce e guardandosi attorno “Duemila a uno. Quattromila ad un altro. Vuoi avere uno spazio tre per due in quel supermercato dove esporre e vendere i tuoi prodotti? Portati a cena il buyer e poi fagli trovare una busta con un po’ di cash. Altrimenti hai voglia a piazzarli i tuoi prodotti là dentro.”
“Eh, sì” cercai di capire.
“Dai lasciamo perdere. Non parliamo di lavoro che ho appena cominciato le ferie. Lo sai che sono trecento?”
“Trecento?”
“Esatto. Martedì scorso alle ventuno e trentacinque. Le prostitute non contano.”, sorrise strizzando l’occhiolino.
“Trecento!” esclamai “robe grosse”.
Gli venne fuori un ghigno di soddisfazione. “Ovviamente senza considerare quelle pagate.” E mentre inviava un messaggio “Be, quelle pagate non l’ho mai contate. Solo messe nel conto dell’azienda. Nella richiesta di rimborso oltre alla stanza dell’hotel e un pranzo ci facevo entrare anche la ragazza in camera”.
“Mentre stavi insieme a Giulia?” chiesi provando ad insinuare il tarlo morale (che figlio di puttana che sono!).
“Sì, che c’entra? Ovvio… ma tanto quella erano solo delle seghe travestite”.
“Seghe travestite?”.
“E no?!”
Stavamo facendo la scarpetta quando una decina di carabinieri entrò dentro il ristorante per prendersi un caffè. Ben si agitò e prese il telefono per mandare dei messaggi.
“Tutto a posto?”
“Sì, sì. Devo solo avvisare Cla di aspettare prima di raggiungerci”.
“Perché?”, domandai stupito, ma non tanto.
“Come perché? Non li vedi?”
“Certo che li vedo. E allora?”
“Cla mi deve portare 5 grammi di cristalli”.
“Cristalli?”
“Sì, cristalli. Forse è meglio che stia ancora lì ad aspettarci.”
“Sì, forse è meglio!”