venerdì 31 maggio 2019

30. Che ci fa un elefante a spasso per Bruxelles?




Un caldo pomeriggio di maggio alla fermata del tram 81 “Guillaume Tell” Ismail stava facendo delle bolle di sapone. La mamma gli aveva dato il permesso di giocare sulla strada ma senza allontanarsi troppo altrimenti la prossima volta sarebbe rimasto chiuso dentro il negozio assieme a lei.

Sì, poteva giocare fuori, e fare le bolle di sapone, gli aveva detto dandogli una carezza.

Ismail era felice.
La mamma gli aveva appena regalato una boccetta piena d’acqua e sapone per fare le bolle e lui ne lanciava molte tutte assieme. Inspirava tutta l’aria che poteva fino a scoppiare e poi dopo essersi concentrato a lungo, non voleva che nemmeno una goccia toccasse terra senza essere prima diventata una bolla, prendeva l’anello di legno giallo e soffiava, soffiava più a lungo che poteva.
Soffiava con tutta l’aria che aveva nei polmoni: soffiava così tanto e così a lungo che dopo un po’ gli mancava il fiato e il cuore gli batteva tanto veloce che gli sembrava quasi di morire.
Poi Ismail cominciava a correre dietro alle bolle. A quelle più grandi, all’inizio. Quelle su cui l’azzurro del cielo si rifletteva mostrando anche la forma di una nuvola un po’ sbilenca.
Quando quelle grandi scoppiavano andando ad infrangersi sul banco della frutta o contro il muro del negozio correva immediatamente dietro a quelle più piccole e poi subito dopo a quelle più piccole ancora.

Ma quelle piccole non era facile seguirle.
Si nascondevano.
Fuggivano.

Le bolle piccole si nascondevano con grande facilità: si rifugiavano dappertutto. Faceva in tempo a scovarne una che altre cinque si erano già infrattate.
Puff!
Doveva stare attento, Ismail, perché quelle piccole erano anche le più delicate. Una minima distrazione e finivano investite da una macchina oppure travolte da qualche adulto che camminando distrattamente, come fanno abitualmente i grandi, le faceva esplodere.
Bum!
Con le bolle grandi gli adulti facevano “ohoooo” e poi esclamavano “ma quanto sono belle!”; con le piccole no: le bolle piccole i grandi non le vedevano mai. Ismail lo sapeva bene: perché i grandi riescano a vedere le bolle doveva fare delle bolle veramente enormi.
Poi tutto ad un tratto mentre cercava di seguire una bolla minuscola passò un grande, sbadato pure lui, che andò a sbattere contro Ismail.
Al poveretto cadde quasi tutto il liquido che aveva nella bottiglietta: non ci credeva e gli veniva quasi da piangere. Controllò nuovamente nel flacone e vide che ne era rimasto pochissimo, forse per una bolla o al massimo per due.
Andò verso il negozio ma la mamma stava parlando con un cliente e tornò quindi sul posto dove il grande colpendolo gli aveva fatto versare il liquido. Riandò nuovamente dalla mamma per raccontarle il fatto ma la mamma stava ancora parlando con il cliente.
Uffa, fece stizzito.

Decise allora di tornare nuovamente indietro e trovò un elefante con una lunghissima proboscide che faceva delle bolle invisibili a cui solo lui poteva correre dietro.

venerdì 24 maggio 2019

31. Un BlaBlaCar senza blabla



Dopo due ore di attesa era stanco morto.
Bruxelles, ruminava, sarà pure un posto dove tutti dicono che una occupazione la trovi, che è impossibile non lavorare. Sarà pure così, scuoteva la testa, ma intanto lui continuava a campare in questo modo. Nascondendosi dentro BlaBlaCar.
D’altra parte, si interrogava, da quant’è che Pierre continua a consegnare pizze con Deliveroo?
E quanto poteva ancora funzionare questa cosa di BlaBlaCar? E se poi un giorno lo avesse fermato la polizia?

Quale spiegazioni avrebbe fornito per quelle persone nella sua macchina? Che diceva di quegli stranieri che erano sempre nella sua auto?
Meglio non pensarci.

Era partita casualmente questa storia di BlaBlaCar. Cellou infatti faceva avanti indietro per andare a lavorare vicino all’aeroporto e poi il suo amico Pierre, una sera che stavano mangiando ali di pollo e bevendo Simba e Tembo, gli chiese se la conosceva questa cosa di BlaBlaCar.
No, non la conosceva.
E cosi aveva cominciato, per cercare compagnia; così aveva iniziato, per parlare con qualcuno sul tragitto noioso casa-lavoro-casa.

Ma poi un giorno quando la Caterpillar aveva deciso di licenziarlo non gli restò che dover parlare con qualcuno per lavoro.

Ne aveva fatta di strada dal piccolo villaggio vicino a Kinshasa da dove se n’era fuggito tre anni prima. I belgi hanno ancora la coscienza sporca del gran casino combinato dalle sue parti. E ad uno come lui, disinvolto e pieno di coraggio, ci sarebbe voluto poco raccontare una storia da far bere ad un Theo Francken qualsiasi, e poter poi salire sulla Brussels per farsi trasportare fino a Zaventem.
“Guardate”, ripeteva sempre agli amici, “io ci riuscirò ad andare in Belgio. Non sono mica come voi che morirete qui come cani randagi che nessun padrone vorrà mai riprendersi. E una volta a Bruxelles vedrete cosa combinerò”.
“Che cosa combinerò?”
“Anzi che cosa ho combinato finora?”, rimuginava.
“Niente. Sono qui ad aspettare della gente alle undici di sera per raccattare venti euro”, rifletteva amaro.
“Sono qui al solito parcheggio”, aveva scritto su WhatsApp ai tipi con cui aveva l’appuntamento.
E aveva poi aggiunto indeciso se non fosse troppo impudente “Quante avete ancora? Scusate, ma è un po’ che sono qui” dopo aver però prima cancellato “sono qui da quasi due ore, Cristo!” ma non poteva scriverlo ai clienti che si fingono amici che viaggiano su BlaBlaCar.

Perché i clienti che si fingono amici sono come quei mariti che quando tornano a casa vogliono la moglie truccata, sorridente e la cena pronta.

Perché con clienti che si fingono amici occorreva conversare su BlaBlaCar; piccole chiacchiere, per carità; ma Cellou limitava ormai al massimo la conversazione ed aveva trovato uno stratagemma: della buona musica con il volume sempre un poco alto, in modo da togliere ai suoi passeggeri la voglia di fare domande, cui poi dover rispondere. La selezione musicale era sempre la stessa e lui non la sentiva più con la testa rivolta ancora agli amici di Kinshasa.
“Chissà che cosa staranno facendo ora?”




venerdì 17 maggio 2019

32. La mazza da baseball del kebabbaro




“Ma tu non ci stai con la testa!” esclamò Faysal strabuzzando gli occhi ancora attonito. Non sai che a Matonge alla gente hanno aperto la testa in due per molto meno?” e ripeté “molto molto meno” aggiungendo un “molto” così da essere sicuro io avessi ben compreso.
Non lo sapevo. 
E a pensarci adesso capisco m’è andata veramente di gran lusso.
Paola una mia corregionale aveva invitato un gruppo di amici ad una cena “senza impegno”, così aveva detto, da un tipo che ha un ristorante in casa; esatto, in casa: nel senso che non ha licenza, non ha insegna, non ha camerieri, non ha menù e non ha, ovviamente, recensioni su TripAdvisor; non ha niente di quanto uno si attenderebbe da un normale ristorante. Salvo che è un ristorante dove si può mangiare tutto preparato e cotto all’interno di una cucina attrezzata esattamente come un ristorante: cuocipasta, brasiere, friggitrici, abbattitori di temperatura e mantenitori di temperatura, lavelli in acciaio inox da far paura.

Una cosa seria ma senza essere seria.

Arrivammo tardi come mi succede sempre e del gran bel di dio cucinato non rimanevano che alcune cozze e poco altro. Mentre chissà perché c’era ancora una valanga di vino. Sorseggiando da una parte e chiacchierando da un’altra il vino mi andò su, inevitabilmente. Dopo un paio di ore decidemmo di spostarci altrove: “dove andiamo? Che facciamo?” erano le domande ricorrenti.
Io avevo un solo bisogno fisiologico: mangiare. Un buco universale nello stomaco in cui avevo versato una gran quantità di vino non chiedeva altro che cibo; solo cibo. Gli altri, che qualcosa avevano già mangiato, fuggirono rapidamente mentre la mia compagna mi suggeriva di salire verso chaussée d’Ixelles alla ricerca di un posto aperto dove potersi nutrire.

Arrivammo a Matonge e dopo aver scansato degli spacciatori d’erba non troppo molesti appostati agli angoli di alcune vie ci ficcammo dentro un kebabbaro.

Ero sbronzo e il gestore vigile che ne aveva viste già molte in quel quartiere, e a quell’ora, mi pedinava con lo sguardo attento verificando non combinassi troppi guai.
Gli chiesi del bagno.
Mi indicò di salire alcune scale e di voltare poi a destra. Mi sentivo osservato, scrutato e sorvegliato.
Dopo essere andato al cesso, scesi le scale e mi accucciai su una sedia proprio di fronte al bancone. Il kebabbaro mi lanciava ancora occhiate di controllo che ricambiavo con sguardi del tipo “ma che cazzo vuoi? Non sto facendo niente!”.

Il tutto si protrasse per qualche secondo finché non sentii che la cosa stesse diventando un fatto da risolvere fra uomini e mi venne di fargli il dito medio.

Il kebabbaro schizzò dal retro del bancone in una frazione di secondo con in mano una mazza da baseball e ci venne incontro brandendola minacciosa. Mi prese per una spalla ma gli effetti dell’alcool erano ancora belli presenti che non ebbe bisogno di utilizzarla: bastò solo strattonarmi che caddi a terra come un salame.
La mia compagna mi si mise accanto a proteggermi piagnucolando e dicendogli che ce ne saremmo andati via immediatamente mentre gli altri avventori ci osservavano distrattamente; o almeno così io speravo.
Mi rialzai appoggiandomi dove potevo e ci muovemmo lentamente verso l’uscita sentendomi addosso lo sguardo vigile del kebabbaro con la mazza da baseball ancora in mano.

Aveva ragione Faysal: quella volta mi andò veramente di lusso.


venerdì 10 maggio 2019

33. Come evitare di pagare il secondo bagaglio con Ryanair (seconda parte)





Le settimane erano volate e inevitabilmente era arrivato anche il 6 maggio e come m’ero ripromesso, infatti, per questa data avrei anche io provato ad evitare di pagare il supplemento per il secondo bagaglio con Ryanair.
Avevo trascorso in Italia la Pasqua e il 25 aprile e temporeggiato ancora qualche giorno dal momento che un amico di Bruxelles si sarebbe sposato di lì a poco. Ma ‘sta cosa del secondo bagaglio stava ancora lì appesa e, d’altra parte, quando acquistai il biglietto aereo avevo volutamente tralasciato di comperare anche il secondo bagaglio: ero pronto quasi a tutto.

Il volo era programmato per le 18.30 e dunque avevo tutto il tempo per fare le cose che vanno fatte prima di partire: uno pensa sempre di avere del tempo e perciò rimanda; finché, giunto il momento della partenza, si scopre l’insufficienza del tempo a disposizione. Ma questa è un’altra storia.

Arrivato in aeroporto passo il controllo di sicurezza e tira via il computer, tira via le chiavi, tira via la sciarpa. Perché suona ancora? Tira via la cintura. Suona ancora. Tira via le scarpe. Sono pronto per attendere con santa pazienza il momento dell’imbarco e quando arriva l’ultima chiamata per Charleroi mi alzo e mi avvicino al banco. Rispetto all’ultima volta non c’è purtroppo il mio amico. C’è invece una coppia di tipe. Ogni tanto vengono a raccattare qua e là i passeggeri dispersi fra toilette e bar urlando “Charleroi? Charleroi?”. Ed eccomi che mi presento. La tipa, quella più arcigna, dopo aver scrutato i miei due bagagli e controllato la carta di imbarco sul mio telefono esordisce: “lei non ha la priorità e nemmeno il secondo bagaglio”.

“Esatto”, faccio io. “L’ultima volta i suoi colleghi mi dicevano che Ryanair aveva dato disposizione comunque di imbarcare anche il secondo bagaglio” aggiungendo a bassa voce “anche senza averlo pagato”.

“È vero”, replica lei scocciata, “ma dal primo di maggio è cambiato tutto nuovamente. E ora si paga”, conclude perentoria.
“Bene. Quant’è?”.
“Sono venti euro”.
“Perfetto. L’importante che mi dia la ricevuta”.
“Ovvio. Lei può pagare in contanti?”
“No, mi dispiace; non ho contanti”.
“Non ha venti euro?”, incredula.
“No”.
“Ok. Quindi paga con la carta, giusto?”
Confermo con il capo.
L’aereo ha ormai imbarcato quasi tutti i passeggeri mentre lo sportello posteriore viene lentamente chiuso e la scala mobile portata via.
“Mah…”, fa l’arcigna all’altra “mi pare che il bancomat è qualche giorno che non funziona, comunque chiama un po’ Marianna e senti se porta la macchinetta per fare il pagamento”.
Attendo. So che il tempo in questo caso gioca a mio favore.
“Mari, scusa, c’è qui un passeggero che deve pagare venti euro, puoi portare la macchinetta? Grazie. Ti aspettiamo, siamo all’uno. Sbrigati, però, che ormai non c’è più nessuno e c’è rimasta solo questa persona” conclude appoggiando la cornetta del telefono.
Aspetto. Capisco che il tempo scorre. Le due tipe si lanciano occhiate interlocutorie. Quando vedo l’ultimo passeggero salire la scala anteriore e sparire dentro mi avvicino alla porta vetrata e butto un occhio in direzione dell’aereo, mentre sento dall’altra parte le tipe dire “ché poi tutte le priorità sono terminate. Anche volendo, come facciamo a mandarlo su con il secondo bagaglio ma senza la priorità?”
Qualcosa sta per muoversi; a mio vantaggio. Ma attendo ancora ancora qualche secondo. Non è il momento di intervenire.

“Be’, aggiungono poi le tipe “potremmo sentire il responsabile degli assistenti di volo e capire se possiamo mandarlo anche se priorità e secondo bagaglio non ci sono”.

Capisco che è il momento di farmi vedere e voltandomi “scusate, non è che mi fate perdere il volo, no?”
“No, non si preoccupi ora chiamiamo lì” fanno prendendo nuovamente la cornetta del telefono ma questa volta per comunicare con l’assistente di volo.
“Ok, può andare” fa l’arcigna e poi voltandosi verso la seconda aggiunge “ah, eccola Marianna”.
Rimango immobile mentre Marianna arriva e conferma che ha la macchinetta.
“E quindi?”, faccio io.
“Può andare” risponde sicura l’arcigna.
“Ma, scusate,” replica Marianna “ho qui la macchinetta”.
Prendo, saluto e me ne vado.

venerdì 3 maggio 2019

34. Pomeriggio di sole al Parvis de Saint Gilles




Avevamo deciso di trascorrere il sabato pomeriggio assieme al Parvis di Saint Gilles. Marco sarebbe arrivato con una nuova ragazza, una tipa con la quale usciva da poco.

Era caldo. Caldo come può esserlo a Bruxelles: tanto caldo e per poco tempo.

Con le fontane che zampillavano un po’ dappertutto per dare refrigerio ai passanti e i bambini che le attraversavano tra una pallonata ed un’altra. Il tardo pomeriggio aveva già visto affollarsi il Parvis. Tavolini non ce n’erano o almeno così appariva. Ci guardavamo un po' disorientati: l’Union?, propose qualcuno. Il Ci piace?, ribatté subito qualcun altro. E che ne dite del Verschueren?, sentii dire un terzo. O le Louvre?, si udì sottovoce.
“Prendiamo delle birre al night shop e ce le beviamo seduti giù in fondo?”, chiesi; aggiungendo “magari tra poco si libera un tavolo da qualche parte. Certo non sarà facile, oggi”.
Ci recammo al night shop sull’angolo a prendere delle Duvel e alcune Jupiler.
Nel frattempo, s’era unito anche Max, fresco di matrimonio insieme a Claire, una francese di Marsiglia che aveva fatto l’Erasmus alla Statale a Milano. Infine, al gruppo s’erano poi aggregati Foteini, da tanti anni a Bruxelles ma di Salonicco e il suo ragazzo di vicino Lecce.
“Be’ com’è andata poi ieri sera al concerto?” chiese Marco.
“Insomma… non tantissima gente. Dopo un po’ c’eravamo anche stufati e abbiamo deciso di tornarcene a casa. Anche perché poi visto le previsioni meteo per oggi non volevamo fare tardi e perderci questa bella giornata di sole” rispose Andrea mentre tirava fuori una sigaretta dal pacchetto.
“E voi invece?”, rivolgendosi a me, “cos’avete fatto poi ieri sera?”
“Niente, dopo la spesa al Delhaize abbiamo deciso di cenare a casa e guardarci la prima puntata di «Bonding». Ché poi appunto oggi con una giornata così, chi se la voleva perdere?” risposi mentre con l’accendino armeggiavo per aprire un’innocua Jupiler.
“Ah sì, com’è?” fece Foteini.
“Mah… non è che c’abbia capito ancora tanto. Magari se vado avanti e non mi stufo prima vi racconterò”, replicai.
“Io ho cominciato a vedere «13 novembre: attacco a Parigi», disse Max e poi “Cristo, la scena del Bataclan ti fa venire i brividi, davvero! Porca puttana: trovarsi lì in quel momento e sentire i terroristi che ricaricano dopo aver svuotato il caricatore e non sai se tocca a te o meno. Mi cago sotto ora!”
“Vero. Una cosa veramente assurda. Se ci pensate: uno va lì a farsi una serata, sentire un po’ di musica, passare un po’ di tempo con gli amici e poi?, e poi non ci sei”, fece sconsolata Claire
Tu t’appelles comment, encore une fois?” chiesi rivolgendomi alla ragazza di Marco che non aveva aperto bocca fino a quel momento salvo un laconico “salut, Chloé” durante il giro di presentazioni.
Moi?” rispose lei sorpresa.
Oui
Chloé
T’es belge?
Oui, pourquoi?, Belge de Bruxelles. Je suis née aux Marolles”.
“Hai visto! Qualche volta capita” pensai.

venerdì 26 aprile 2019

35. Una conversazione da evitare il venerdì sera




“Il problema non è se uno si identifica di più con Lucky o Estragone: il problema è che non mi piace mentire. Punto. Riesci a capirmi?”, domandai irritato.
“Quando fai così sei il solito insopportabile”, ribatté lei.
“Insopportabile? Davvero?” feci io stupito. “Non t’eri spinta mai a tanto. O sbaglio?”
“Non saprei” fece lei girando la forchetta per prendere ancora degli altri spaghetti dal fondo del piatto mentre io aspettavo impaziente una sua risposta.
“Senti”, cominciò, “questa cosa che non ti piace mentire la trovo scandalosamente desueta; non ne capisco le motivazioni. Ho sempre avuto l’impressione che essa fosse più…, come dire, l’esito della tua educazione da chierichetto. È come se l’ottavo comandamento ti fosse stato vergato a caratteri cubitali. Non trovi?”
Annuii. Mi versai ancora del vino bianco.
«Educazione da chierichetto» continuai a pensare. Spesso avevo l’impressione che la cosa fosse decisamente più prosaica; altro che religione e cattolicesimo.
Scosse la testa compiendo lo stesso movimento ondulatorio che faceva quando stava per esaurire la pazienza con i suoi studenti: glielo avevo osservato migliaia di volte ed ero tentato di dirle di non trattarmi allo stesso modo; mi arrestai in tempo, per carità: e chi voleva sentirla?

“Il punto”, attaccai convinto questa volta, “non è né religioso né morale.

Per quanto mi riguarda la menzogna ha il sapore di un frutto rapidamente andato a male e la vista di mille drosofile attorno a spolparsene la parte marcia: non mento non a causa del precetto dell’ottavo comandamento. Non è quel dispositivo normativo che me lo impedisce. In un certo senso è anche più semplice.”
“E allora? Perché non mentire? Perché non confondere le acque?”, replicò infastidita.

“È più una questione di identità”, risposi cercando di articolare un pensiero con un minimo di senso.

“Caffè, dolci?”, domandò la cameriera che s’era avvicinata ed era rimasta lì qualche secondo, in attesa che noi ci interrompessimo.
“No, no, grazie” rispose lei mentre l’accompagnavo con lo sguardo confermandone le intenzioni.
E poi ci ripensai e dissi: “ah scusi… può portarci ancora del vino? Bianco? Grazie.”
La cameriera si girò frettolosamente, sistemandosi gli occhiali e dirigendosi subito verso il bancone.
“Mentire mi confonde. Non capisco chi parla, rischio di non sapere chi è, per usare un termine tanto caro agli anglofoni, «accountable» di quanto si vada dicendo. Chi è poi l’io che dovrà ricordare la menzogna? Il problema, in un certo senso, non è la menzogna in sé e per sé né, figuriamoci, le sue conseguenze morali. È il continuo esercizio della memoria della menzogna più che la menzogna stessa ciò che mi secca di una menzogna.”

“Scusa, mi sono persa. Non so dove vuoi arrivare e questa conversazione è di una noia mortale” fece alzando gli occhi e sbuffando.

“Sì, forse hai ragione. È venerdì sera e poi siamo pure a cena fuori. A proposito: come sta poi Sofia? È un po’ che non la vedo. L’ultima volta non mi sembrava stesse bene.”
“Meglio. Non si capisce poi cosa le fosse accaduto quella sera a cena dal greco. Ora sta frequentando un ragazzo incontrato un paio di settimane fa ad un concerto. È tutta presa: speriamo sia la volta buona.”

“Speriamo.”


venerdì 19 aprile 2019

36. Dopo due anni ci poteva anche stare, no?




“Andiamo a fare una passeggiata oggi pomeriggio? Avrei bisogno di parlarti”. Ci aveva pensato a lungo se fosse stato meglio fare la chiacchiera da sobri o meno. E alla fine s’era convinta che forse era più opportuno fare una passeggiata. Aveva finalmente deciso di mettere nero su bianco le sue intenzioni.
Stavano insieme da più di due anni e, secondo lei, perché non avrebbero potuto fare anche un progetto di vita comune? Sì, oggi gliene avrebbe parlato.

Che poi, pensava, un progetto di vita comune: si trattava di andare a vivere assieme; mica di sposarsi o altre cose ancora. E che cacchio: dopo due anni ci poteva anche stare, no?


Presero a camminare lungo le vie del centro tenendosi per mano e fermandosi ogni tanto a dare una sbirciata ai negozi. Poi lei si fermò davanti ad una vetrina: “secondo te mi stanno bene questi?”, indicando degli orecchini a cerchio, in argento, dallo stile vagamente asiatico.
“Sì sì, direi di sì; sono un po’ simili all’altro paio che indossavi qualche giorno fa; ma ok”, disse lui spostandosi leggermente su un lato e trascinandola lentamente via. E poi aggiunse: “se vuoi posso regalarteli per il tuo compleanno”.
“Ma no!”, fece lei sorridendo. “Non ci sarebbe nessuna sorpresa. Ma che gusto ci sarebbe se sapessi già il regalo che mi farai?”
“Sì… in effetti… sono veramente pessimo”, fece lui, riprendendole la mano.
Fecero ancora qualche metro in mezzo alla folla del fine settimana quando s’imbatterono su una panchina.
“Ti va di sederti?” domandò lei
“Certo”.

“Ti ricordi ti avevo accennato dell’appartamento di mia nonna?, quello che i miei avevano affittato? È finalmente libero; gli inquilini l’hanno mollato e mio padre m’ha chiesto cosa farne prima di riaffittarlo. Magari potremmo andarci noi, che ne pensi?”

“Noi?”
“Sì, noi”, replicò lei perplessa.
“Io ho già un mio appartamento. E tu vivi in quell’altro”, attaccò prontamente lui.
“Esatto. Ed è per questo infatti che stavo cercando di capire. Che senso ha per me continuare a pagare un affitto di là. Potremmo condividere il tuo appartamento oppure andare insieme in quello vuoto di mia nonna. A me sembra una buona idea. Che dici?”
Acchiappò la busta del tabacco da dove estrasse una cartina che tagliò in due voltandosi poi dall’altro lato. Prese un pugnetto di tabacco rollandolo sulla cartina, bagnandone con la lingua la colla in modo da chiudere poi la sigaretta. Tirò fuori l’accendino dalla tasca e provò più volte ad accenderla ma l’accendino non ne voleva proprio sapere. Poi finalmente ecco la fiamma: fece un lungo tiro.
“Condividere il mio appartamento dicevi? Ma lo condividiamo già. Dormi a casa mia tutti i fine settimana”.
“È vero. Ma non è la stessa cosa. Senti Stefano: stiamo insieme da due anni e ci comportiamo come due adolescenti. E che cazzo!”
“Ma che dici? Che significa «come due adolescenti»?” “E poi lo sai, no?”, aggiunse “io ho le mie abitudini. Mi piace fumarmi una sigaretta la mattina mentre sto in bagno senza fretta. Boh… credo che stiamo meglio così. Guarda: io sono innamorato di te. Ma ho i miei ritmi, le mie cose: lo spazzolino sul lato destro e il dentifricio sull’altro. Dai stiamo bene così. Perché vuoi andare a rompere questo equilibro?”