venerdì 26 aprile 2019

35. Una conversazione da evitare il venerdì sera




“Il problema non è se uno si identifica di più con Lucky o Estragone: il problema è che non mi piace mentire. Punto. Riesci a capirmi?”, domandai irritato.
“Quando fai così sei il solito insopportabile”, ribatté lei.
“Insopportabile? Davvero?” feci io stupito. “Non t’eri spinta mai a tanto. O sbaglio?”
“Non saprei” fece lei girando la forchetta per prendere ancora degli altri spaghetti dal fondo del piatto mentre io aspettavo impaziente una sua risposta.
“Senti”, cominciò, “questa cosa che non ti piace mentire la trovo scandalosamente desueta; non ne capisco le motivazioni. Ho sempre avuto l’impressione che essa fosse più…, come dire, l’esito della tua educazione da chierichetto. È come se l’ottavo comandamento ti fosse stato vergato a caratteri cubitali. Non trovi?”
Annuii. Mi versai ancora del vino bianco.
«Educazione da chierichetto» continuai a pensare. Spesso avevo l’impressione che la cosa fosse decisamente più prosaica; altro che religione e cattolicesimo.
Scosse la testa compiendo lo stesso movimento ondulatorio che faceva quando stava per esaurire la pazienza con i suoi studenti: glielo avevo osservato migliaia di volte ed ero tentato di dirle di non trattarmi allo stesso modo; mi arrestai in tempo, per carità: e chi voleva sentirla?

“Il punto”, attaccai convinto questa volta, “non è né religioso né morale.

Per quanto mi riguarda la menzogna ha il sapore di un frutto rapidamente andato a male e la vista di mille drosofile attorno a spolparsene la parte marcia: non mento non a causa del precetto dell’ottavo comandamento. Non è quel dispositivo normativo che me lo impedisce. In un certo senso è anche più semplice.”
“E allora? Perché non mentire? Perché non confondere le acque?”, replicò infastidita.

“È più una questione di identità”, risposi cercando di articolare un pensiero con un minimo di senso.

“Caffè, dolci?”, domandò la cameriera che s’era avvicinata ed era rimasta lì qualche secondo, in attesa che noi ci interrompessimo.
“No, no, grazie” rispose lei mentre l’accompagnavo con lo sguardo confermandone le intenzioni.
E poi ci ripensai e dissi: “ah scusi… può portarci ancora del vino? Bianco? Grazie.”
La cameriera si girò frettolosamente, sistemandosi gli occhiali e dirigendosi subito verso il bancone.
“Mentire mi confonde. Non capisco chi parla, rischio di non sapere chi è, per usare un termine tanto caro agli anglofoni, «accountable» di quanto si vada dicendo. Chi è poi l’io che dovrà ricordare la menzogna? Il problema, in un certo senso, non è la menzogna in sé e per sé né, figuriamoci, le sue conseguenze morali. È il continuo esercizio della memoria della menzogna più che la menzogna stessa ciò che mi secca di una menzogna.”

“Scusa, mi sono persa. Non so dove vuoi arrivare e questa conversazione è di una noia mortale” fece alzando gli occhi e sbuffando.

“Sì, forse hai ragione. È venerdì sera e poi siamo pure a cena fuori. A proposito: come sta poi Sofia? È un po’ che non la vedo. L’ultima volta non mi sembrava stesse bene.”
“Meglio. Non si capisce poi cosa le fosse accaduto quella sera a cena dal greco. Ora sta frequentando un ragazzo incontrato un paio di settimane fa ad un concerto. È tutta presa: speriamo sia la volta buona.”

“Speriamo.”


venerdì 19 aprile 2019

36. Dopo due anni ci poteva anche stare, no?




“Andiamo a fare una passeggiata oggi pomeriggio? Avrei bisogno di parlarti”. Ci aveva pensato a lungo se fosse stato meglio fare la chiacchiera da sobri o meno. E alla fine s’era convinta che forse era più opportuno fare una passeggiata. Aveva finalmente deciso di mettere nero su bianco le sue intenzioni.
Stavano insieme da più di due anni e, secondo lei, perché non avrebbero potuto fare anche un progetto di vita comune? Sì, oggi gliene avrebbe parlato.

Che poi, pensava, un progetto di vita comune: si trattava di andare a vivere assieme; mica di sposarsi o altre cose ancora. E che cacchio: dopo due anni ci poteva anche stare, no?


Presero a camminare lungo le vie del centro tenendosi per mano e fermandosi ogni tanto a dare una sbirciata ai negozi. Poi lei si fermò davanti ad una vetrina: “secondo te mi stanno bene questi?”, indicando degli orecchini a cerchio, in argento, dallo stile vagamente asiatico.
“Sì sì, direi di sì; sono un po’ simili all’altro paio che indossavi qualche giorno fa; ma ok”, disse lui spostandosi leggermente su un lato e trascinandola lentamente via. E poi aggiunse: “se vuoi posso regalarteli per il tuo compleanno”.
“Ma no!”, fece lei sorridendo. “Non ci sarebbe nessuna sorpresa. Ma che gusto ci sarebbe se sapessi già il regalo che mi farai?”
“Sì… in effetti… sono veramente pessimo”, fece lui, riprendendole la mano.
Fecero ancora qualche metro in mezzo alla folla del fine settimana quando s’imbatterono su una panchina.
“Ti va di sederti?” domandò lei
“Certo”.

“Ti ricordi ti avevo accennato dell’appartamento di mia nonna?, quello che i miei avevano affittato? È finalmente libero; gli inquilini l’hanno mollato e mio padre m’ha chiesto cosa farne prima di riaffittarlo. Magari potremmo andarci noi, che ne pensi?”

“Noi?”
“Sì, noi”, replicò lei perplessa.
“Io ho già un mio appartamento. E tu vivi in quell’altro”, attaccò prontamente lui.
“Esatto. Ed è per questo infatti che stavo cercando di capire. Che senso ha per me continuare a pagare un affitto di là. Potremmo condividere il tuo appartamento oppure andare insieme in quello vuoto di mia nonna. A me sembra una buona idea. Che dici?”
Acchiappò la busta del tabacco da dove estrasse una cartina che tagliò in due voltandosi poi dall’altro lato. Prese un pugnetto di tabacco rollandolo sulla cartina, bagnandone con la lingua la colla in modo da chiudere poi la sigaretta. Tirò fuori l’accendino dalla tasca e provò più volte ad accenderla ma l’accendino non ne voleva proprio sapere. Poi finalmente ecco la fiamma: fece un lungo tiro.
“Condividere il mio appartamento dicevi? Ma lo condividiamo già. Dormi a casa mia tutti i fine settimana”.
“È vero. Ma non è la stessa cosa. Senti Stefano: stiamo insieme da due anni e ci comportiamo come due adolescenti. E che cazzo!”
“Ma che dici? Che significa «come due adolescenti»?” “E poi lo sai, no?”, aggiunse “io ho le mie abitudini. Mi piace fumarmi una sigaretta la mattina mentre sto in bagno senza fretta. Boh… credo che stiamo meglio così. Guarda: io sono innamorato di te. Ma ho i miei ritmi, le mie cose: lo spazzolino sul lato destro e il dentifricio sull’altro. Dai stiamo bene così. Perché vuoi andare a rompere questo equilibro?”

venerdì 12 aprile 2019

37. Lunedì vogliono che vada lì a servire





Piccio vive a Bruxelles da cinque anni e non è mai tornato in Italia. L’altro giorno mi ha mandato un messaggio chiedendomi: “vai in Italia? Dovrei andarci anche io la settimana prossima.”
“Sì. Parto mercoledì prima di Pasqua. Com’è che vai giù? È successo qualcosa?”
“Sì!”
“Pare che mia madre sta lì lì. In più ho litigato con l’altra cameriera e il ristorante resterà chiuso. Ti spiego dopo che ora sono al secondo lavoro. E se c’è il biglietto aereo con il tuo volo partiamo insieme. Se tu hai la carta di credito e ti do i soldi? Magari puoi prenotare anche per me.”

“Ok, possiamo fare così” e aggiunsi “comunque, sentiamoci quando hai finito con il secondo lavoro, così mi spieghi di tua madre.”

Nonostante il sole e la possibilità di trascorrere una piacevole serata sul canale, avevo deciso di starmene disteso sul divano: qualche pagina di un libro e un po’ di Netflix. Non avevo molte ambizioni per quel sabato sera. Verso mezzanotte mi arrivò la sua chiamata.
“Ti disturbo?”
“No, tranquillo. Mi spieghi cos’è successo?”
“Be’ niente… c’è una nuova cameriera al primo ristorante sta lì da due mesi con un contratto a tempo determinato… tu sai che io sono un tipo tranquillo… ma con questa sono cominciati i problemi… allora è arrivato il proprietario e ci ha chiesto… ma quali sono ‘sti problemi? e lei ha attaccato a parlare per un’ora in francese in modo che io non ci capissi niente… quando ha finito il padrone si è girato verso di me come per dire… e tu? e io gli ho detto che insieme a lei non ci volevo più lavorare… fa un casino con le comande le stropiccia tutte… e poi il cuoco non ci capisce niente… prima che arrivasse si lavorava tanto bene… al che il padrone fa… dai trovate una soluzione!… e io no… io non ci sto… con lei non ci voglio più lavorare… e gli faccio… guardi io sto qui da 2 anni… so come funziona la sala e tutto… lei sta qui solo da due mesi… al che il proprietario… io devo andare in vacanza e quindi o trovate un accordo oppure niente… e io con tutto il rispetto… non ci sto o lei o io… al che lui ha deciso di tenere chiuso per due settimane… quando ho visto questa situazione ho chiesto di lavorare di più al secondo ristorante e quello m’ha detto ma no, ora non si può fare siamo sotto le vacanze di Pasqua… magari ne parliamo dopo ed io ho pensato guarda che stronzo anche ‘sto secondo padrone”.

“Piccio, scusa, ma non c’ho capito nulla… non è cattiveria… è pure tardi… se puoi, senza farla troppo lunga…”

“E… sì… ti stavo dicendo… senza farla troppo lunga… ma se tu m’interrompi… al che ho pensato a questo punto visto che il primo ristorante è chiuso e il secondo c’ha il problema di Pasqua… posso andare a trovare mia madre poi ho aperto l’email ed ho trovato un terzo ristorante che vuole che vado lì a fare una prova si chiama il trabucco e sta a Etterbeek… lunedì vogliono che vada lì a servire… nessun problema poi se va bene… certo con tutti ‘sti lavori qualche volta mi sento ’no schiavo”.

“Scusa, Piccio: ma tua madre?”

“Ah, sì… scusa… vero… mah… niente… dopo che ci siamo sentiti con te ho poi parlato di nuovo con mia sorella e m’ha detto di non preoccuparmi troppo… secondo me mia sorella c’ha avuto pure paura che sono andato troppo in paranoia… sai com’è? e poi io ho pensato… tanto… quando hai la madre anziana ci può stare… comunque vedo come va la prova e poi decido.”
“Ok. Fammi sapere, allora.”
“Certamente. Ciao.”



venerdì 5 aprile 2019

38. Quella volta del colloquio di lavoro da Primark




“Cami?”
“Camille, hai fatto?”
Aveva già bussato una prima volta e, conoscendola, la sera prima s’era anche raccomandato. Ma lei era così: quando si trattava del bagno ci poteva stare anche delle ore. Ribussò nuovamente. 
Stamane lui non poteva attenderla.
“Ho fatto, ho fatto. Marco, solo un secondo, e te lo lascio”, replicò dall’altra parte.

S’era girato e rigirato tutta la notte: non aveva chiuso occhio.

Aveva superato la prima selezione ed oggi avrebbe avuto il colloquio di lavoro come addetto alle vendite per la nuova sede di Primark a Ixelles. E voleva quel posto. Ne aveva disperatamente bisogno: alla sua età non è che fossero rimaste molte altre possibilità di trovarne uno decente, di lavoro. Si tormentava ripetendo “avessi avuto ora venti anni: sai quanto avrei spaccato?” Ne aveva superati il doppio da un pezzo.
Da un suo amico “bénévole” in un centro culturale di Schaerbeek aveva saputo che da Primark cercavano gente da assumere, a tempo indeterminato; non gli pareva vero, diviso, com’era, fra Deliveroo e altri lavoretti.

Avrebbe dovuto spegnere i termosifoni, pensava; nella sua stanza faceva caldo, troppo caldo: forse era stato questo il problema.

Era in coloc” con altre due persone: tizi simpatici anche se, credeva, troppo giovani per lui. Se la cosa da Primark fosse andata a buon fine aveva già adocchiato uno studio sui 600 euro al mese, tutto incluso; e sarebbe stato perfetto per lui.
Quella stessa mattina Andrés aveva preso servizio sulla prima corsa del tram numero tre. Poco dopo aveva ricevuto un SMS dalla madre giù da Jaén: “quand’hai il primo volo?” gli aveva domandato. Avrebbe voluto tornarsene a casa e mettersi sul divano a piangere; ma un lavoro alla Stib era sempre un lavoro alla Stib.
L’appuntamento con il responsabile delle risorse umane di Primark era alle nove e a Marco sarebbe servita una buona mezzora per arrivare a rue Neuve. Aveva calcolato con estrema precisione il tempo e il tragitto necessari. Suo padre gli raccomandava costantemente: “cerca di arrivare sempre qualche minuto prima ai colloqui di lavoro”; e questa volta, chissà perché, aveva deciso di seguirne il consiglio. Non abitava troppo lontano dal parco Josaphat: doveva prendere il sette e poi cambiare a van Praet e da lì poi il tre fino a Rogier; e poi ancora a piedi fino a Rue Neuve.
Arrivato a Demolder Marco vide tutti passeggeri muoversi, non ne capiva le ragioni: si levò le cuffie e sentì l’autista del tram gridare “Terminus!
Gli toccava scendere. Non l’aveva programmato e il prossimo tram sarebbe passato dopo cinque lunghi minuti. Non appena arrivò, un mucchio di gente si riversò sulla strada. Ora sul marciapiede s’era formata una bella folla.

E adesso?
Si guardava attorno camminando nervosamente avanti e indietro.

Eccolo finalmente il sette. Si fece largo tra la folla e salì di corsa dando uno spintone ad un anziano che per poco non cascava per terra. Cazzo questo contrattempo non ci voleva, si ripeteva. Giunto a van Praet prese la coincidenza al volo montando sul tre e piazzandosi proprio accanto all’autista. Ormai fuori di sé, gli imprecava contro incitandolo ad andare più rapido; sì, perdio, più rapido!
Alla fermata di gare du Nord, Andrés aveva deciso che ne aveva abbastanza degli insulti del tipo, uscì dall’abitacolo e gli mollò un sinistro facendolo atterrare un metro più dietro. Dopo esser rientrato, si risistemò la giacca e chiamò la sicurezza facendo presente che sul mezzo c’era un pazzo molesto da venire a recuperare.

venerdì 29 marzo 2019

39. Ma smettila con Tinder, per favore!




Avevo lavorato tutto il sabato pomeriggio. Con Boubacar, un mio amico ingegnere nato in Italia ma di origine senegalese, emigrato anche lui qui a Bruxelles, c’eravamo squillati più volte per accordarci per la cena.
“Ti devo assolutamente raccontare una cosa”, mi aveva annunciato elettrizzato.
Ero curioso.
Alla cena, poi, avevano deciso di unirsi anche la mia compagna e una sua amica.
Dopo svariate ricerche su “the fork” alla fine s’era optato su un greco a due passi dal “parvis” di Saint Gilles, famoso per le petits os. Avevo attraversato tutta avenue de Stalingrad osservando i caffè che sembravano gay club, mentre la frutta e la verdura venivano nuovamente riposte all’interno dei negozi.
Al ristorante l’atmosfera era quella del sabato sera: confusione e gente dappertutto.
A tavola mi siedo accanto a Bouba mentre dall’altro lato si mettono la mia compagna e Sofia, una sua amica della provincia di Bologna. Il tempo di ordinare e attacco:
“Be’… ‘sta cosa che dovevi raccontare?”
Era un fiume in piena.

Ci racconta che è qualche settimana che esce con una tipa conosciuta su Parship.
“Parship?”
Facciamo noi in coro.
“Non sapete cos’è?”
Scuotiamo la testa.

“Conoscete Tinder, immagino”, fa lui.
“Sì… più o meno…”, rispondo io, mentre la mia compagna mi rivolge uno sguardo interrogativo.
“Parship è un sito per incontri. Ma per persone esigenti.”
“Wow” esclama la mia compagna.
“Siamo tutte esigenti”, fa Sofia, sorridendo e sistemandosi i capelli.
“Mi sono stancato di stare dietro a mezzi appuntamenti con mezze persone con cui poi, alla fine, non hai un cazzo in comune”.
Annuiamo.
“Come funziona?”, fa Sofia, nuovamente single da qualche settimana.
“Funziona che t’iscrivi, fai un test psicologico e poi ti paghi la tua quota: ci possono volere anche cinquecento euro all’anno. Ma sono soldi ben investiti! Credetemi.”

“Un botto!”, esclamo io mentre Sofia diventa bianca in volto e domanda: “scusate, dov’è il bagno? Non mi sento tanto bene”.

“Ehi… che succede? Tutto bene? Posso aiutarti?”, fa la mia compagna.
“No, no, non preoccuparti. Non mi sento molto bene. Ho solo bisogno di un bagno: sapete dov’è?”
“No, andiamo a vedere, forse è lì dietro” dice la mia compagna indicando una porta sul retro.
Siamo ancora mezzi sbigottiti dal malore di Sofia, quando Bouba riprende infuocato “Parship rispetto a Tinder taglia fuori un sacco di gente: certo ci devi mettere sopra del “cash”. Non è che se lo possono permettere tutti.”

“Altrimenti va a finire come su Tinder: ci sta il mondo. E poi lo sanno tutti: su Tinder ci vai per scopare; su Parship no”.

“Prendi per esempio ‘sta tipa con cui sto uscendo ora: mi piace a bestia! È colta, sofisticata, parla quattro lingue. Pensa un po’…”, Bouba ormai non sta sulla pelle, “io avevo messo, tanto per dire, che mi sarebbe piaciuto parlasse anche wolof; e sai che cosa è successo? Ho trovato una tipa che ha fatto la cooperante in un progetto non lontano da Dakar e s’è pure imparata la mia lingua. E poi è ingegnere come me. È una che fuma solo il fine settimana come me. E poi le piace svegliarsi presto il week end come me. È esattamente come la volevo io.”
“Come funziona ‘sta cosa?, mi spieghi”.
“Guarda… tu devi mettere una serie di filtri. Per esempio, a te come piacerebbe?”
“Be’… va be’… io sono a posto.”
“Sì sì… questo lo so… facevo solo per dire.” È inarrestabile “io per esempio ci ho messo: deve parlare almeno tre lingue; piacer fare le passeggiate; volere i figli; leggere almeno dieci libri all’anno; essere vegetariana, ma non troppo; fare la raccolta differenziata; non deve avere l’alitosi; andare d’accordo con i suoceri.”
“Una marea di filtri”, scuoto la testa.
“Parship è per professionisti esigenti. Mica per cazzoni come te” e rifacendosi serio “su Parship non ti può succedere nulla. Tranne che d’innamorarti.”
“Sì… di te stesso!”, faccio io e poi “ma che fine hanno fatto le ragazze?”

venerdì 22 marzo 2019

40. Come evitare di pagare il secondo bagaglio con Ryanair




Non ho nulla contro Ryanair. Ma su ’sta cosa del secondo bagaglio da pagare, per me, la stanno facendo veramente sporca. Infatti, non tutti lo pagano; e di ritorno da un viaggio fatto di recente ho capito, forse, come evitarlo.
Vuoi sapere come?
Prendi carta e penna e mettiti comodo.
Oddio: mi sto sentendo tanto il mitico Salvatore Aranzulla.
Dicevo… non ho niente contro Ryanair anche se di tanto in tanto mi capita di parlare con assistenti di volo che alzano gli occhi al cielo o allargano le braccia, quando chiedo loro com’è lavorare per questa compagnia.
Provo a tornare in Italia con una certa frequenza, e se non vado in bancarotta, devo certamente ringraziare le tariffe di Ryanair; e cerco di tornarci per diverse motivi. Be’, tanto per cominciare, ho un lavoro che me lo consente: viaggia con me; con molti pro e qualche contro.

Ne è passato del tempo da quando ho scoperto la mia allergia all’orario nove-diciassette. Il mio ritmo circadiano non segue questa logica e non posso farci granché: ho preferito farne i conti, prima di dar da matto.

In secondo luogo, mi piace tornare a Bruxelles dopo il mio soggiorno italiano: mi ricorda le cause per cui sono partito e mi rinfresca quelle per cui mi piace ancora questa città. In Italia, poi, esiste la varietà delle stagioni e quando è primavera è effettivamente primavera: “no fake spring season. Infine, quando vedo un vocale su WhatsApp da sette minuti mi sento il cuore a mille; e non è Calcutta. Molto probabilmente è mia sorella che deve dirmi qualcosa e, allora sì, che sono vagonate di paracetamolo. Con un familiare malato sono sempre terrorizzato dalle chiamate con prefisso +39: non so mai; e quindi torno spesso, appunto, per verificare la situazione di persona.

All’aeroporto della mia città, città di provincia che somiglia un po’ alla Grosseto descritta da Bianciardi, conosco un po’tutti.

Saluto i baristi indaffarati al caffè nell’atrio, gli annoiati addetti al controllo di sicurezza prima di appoggiare il computer sul nastro e i tipi che stanno al “gate”: sono tutti un po’ una piccola famiglia per me. E se talvolta ho qualche chilo di troppo chiudono un occhio: comprendono le esigenze della valigia dell’emigrante.
L’ultima volta temporeggiavo con il tipo al “gate”, si parlava del paese, delle condizioni di lavoro in aeroporto che costringono i dipendenti a continui rinnovi di contratto, o cosi mi è parso di intendere. Insomma, il mio amico aveva voglia di chiacchierare. E a me non dispiaceva.
L’aereo era già lì da un pezzo. Avevano imbarcato tutti.

Ero l’ultimo, o almeno cosi pensavo, quando vidi arrivare un passeggero con due bagagli.

Il mio amico mi stava informando di quello che succede dalle sue parti e intanto contava le fascette gialle che vengono normalmente messe sul “trolley” da stivare.
“Quaranta, quarantuno, quarantadue, che poi…” fa lui “non capisco come hanno fatto a fare ‘sta cazzata. Davvero… quarantatré…”.
“Be’… è sempre un casino…” faccio io di rimando con l’obiettivo, però, di cambiare argomento e avere una spiegazione su quanto era successo un attimo prima:
“ma… senti… ma il tipo passato ora aveva due bagagli. Ho visto che lei gli metteva la fascetta sul «trolley» e dirgli di consegnarlo poi per essere imbarcato. E non ha pagato nulla. Ma come funziona?”.
“Come funziona? Quarantaquattro, quarantacinque… ah… come funziona?”.
“Sì… esatto. Come funziona? Perché non ha pagato?”.

“Ryanair ci ha dato disposizione di fare in questo modo per tutti i voli che partono dall’Italia.
Gratis!
Zero euro per l’imbarco del secondo bagaglio.”

“Cioè?”
“E niente… è così…, quarantasette, quarantotto, aspetta… quarantasei, quarantasette, cosi ci hanno detto. Boh… immagino visto il bordello legale che c’è, preferiscono stare tranquilli e non complicarsi la vita con le richieste di risarcimento che poi arriveranno; non saprei: mi sono fatto quest’idea”.
“Ah però…” sono piacevolmente sorpreso.
Gli do un abbraccio, lo saluto e mi dirigo verso l'aereo. Il sei maggio voglio provarci anche io.

venerdì 15 marzo 2019

41. Sui contrattempi che ti fanno sentire sfigato come la morte (terza e ultima parte)




“Come dicevo lei ha due possibilità: la prima, trova un modo per riportare l’automobile al deposito. Oppure… le inviamo noi un carro attrezzi. Veda lei.”
“E quanto mi costerebbe?” 
“Trecento euro!”
Silenzio.
Tendo ad essere prudente: quando avevo noleggiato la macchina avevo anche deciso di fare una di quelle assicurazioni integrative: quali condizioni avrò sottoscritto?
Ci sono!
“Ho l’assicurazione e potrei rompere il vetro cosi recupero le chiavi, che dice?”
“È un’opzione: ci rifletta; tanto il carro attrezzi non potrà arrivare prima delle otto e mezza.”
Riattacca.
La mia compagna mi suggerisce di provare con un altro.
Ottima idea: chiamo subito.

Arriva in venti minuti, dice; e risolve il problema con cento euro. Ovviamente non arriva in venti minuti e sono quasi le sette e mezza quando noto un carro attrezzi traballante avvicinarsi.

Al tizio dico delle chiavi e lui “no, «chef», non posso fare nulla: potresti averla rubata.”
Sto per bestemmiare.
“Lo so… non l’hai rubata. Ma in casi come questo dobbiamo avvisare la polizia.”
“Sì, vabbe'…” penso.
La luce dei fanali si fa sempre più fioca. Sta andando giù la batteria. Si attivano i tergicristalli: ci guardiamo stupiti. Mah.
Chiamo l’agenzia: è chiusa!
Mi squilla il cellulare: è l’agenzia; porgo il telefono al tipo. Ok, proviamo ad aprirla, mi dice, ripassandomelo. Lo guardo speranzoso.

Va verso il camion e torna con un materassino di gomma resistente simile, tanto per capirci, a quello che uno usa a mo’ di cuscino quando vuole dormire in aereo. Lo infila tra lo sportello e il tetto e comincia a gonfiarlo con una pompetta fissata all’estremità.

“Ma tu facevi il ladro d’auto?”, e lui mi sorride mostrandomi i denti con l’apparecchio. “Un attimo”, e si riallontana verso il camion.
Ritorna con un’asta di ferro “«chef…» il prezzo cambia… fanno centottantacinque euro.”
“Basta che apri ‘sta cazzo di macchina” penso acconsentendo.
Infila l’asta nello spazio ricavato tra il tetto e lo sportello e prova ad arpionare la maniglia giù in basso. Sospira. Impossibile beccare la maniglia e l’asta più che di ferro sembra di carta tanto difficile è manovrarla. Prova e riprova e… click: lo sportello si sblocca.
Esulto.
Prende i cavi per la batteria, li collega e rimetto in moto. Sto per partire… ‘orca troia devo fare benzina!
“Posso pagarti con la carta?”
Mi fa no con la faccia, dispiaciuto.
Ci sono dei bancomat dentro gare du Midi, suggerisco.
Partiamo e scopro che sono fuori uso tutti e tre ed ho un solo desiderio: liberarmi della macchina. Altro giro, ritiro e finalmente consegno il pattuito. Volo al parcheggio: il box della Storm car hire è chiuso.
Salgo per lasciare le chiavi nella cassetta quando vedo l’ufficio ancora aperto.
“Vuole fare il «checkout» ora?” mi domanda l’asiatico.
Scendiamo.
Apre l’abitacolo, accende il quadro e controlla che la benzina sia “full”. Perlustra la macchina e constata che non ci sono danni.

“Posso andare?”
Intravedo la luce fuori dal tunnel.
“Sì… ah… un attimo: a che ora andava riconsegnata?"
“Alle diciotto.”
“Be’… sono le ventuno passate.
Dovrei farle pagare un altro giorno.”
Non replico.

“Lasciamo perdere: chiudiamola qui questa storia” mi dice.
Sono libero.
Do un occhio alla “app” della Stib: ho il tram fra due minuti. Corro. Il display alla fermata mostra le due freccette che ne indicano l’arrivo. È appena passato, ovviamente.

Oggi è così, ormai.

Mi dirigo verso la metro. Ricordavo di avere ancora qualche biglietto sulla “MoBIB” ma invece “Solde zero”.

Carico nuovo carnet, scendo e attendo. Arriva la metro, ci salgo: sono morto. Non ho più voglia né di Tokyo né di Berlino ma soltanto del divano.