venerdì 15 novembre 2019

6. Come evitare di farsi derubare quando si cerca casa a Bruxelles





“Mara, mi raccomando: fai un favore a mamma e domani mattina vacci davvero alla polizia. Non fare come il tuo solito, va bene? ”
“Va bene… va bene… domani mattina ci andrò presto, non preoccuparti”, disse sbuffando e chiudendo la chiamata con la madre che si trovava in Piemonte tanto, pensava, non li riprenderò mai questi duecentocinquanta euro che, mannaggia a me, ho versato alla tipa.
Mara Sinclari era una giovane studentessa appena arrivata a Bruxelles per un master all’ULB e prima di arrivare in città e di cominciare le lezioni aveva provato a trovare una stanza condividendo nei vari gruppi su Facebook il seguente annuncio: “Sarò a Bruxelles per ragioni di studio dai primi di settembre 2019 e cerco una camera singola con spesa massima cinquecento euro, tutto incluso. Contattami in PVT.” Una signora gentile con un francese zoppicante le aveva immediatamente risposto dicendole di avere giusto giusto una cosa fatta per lei, che costava anche meno, e in una posizione assai comoda, chiedendole se potessero sentirsi già domani per i dettagli.
Quando Mara arrivò di fronte al grande portone dell’edificio della polizia di Bruxelles 1000, situato in pieno centro praticamente alle spalle della Grand Place, normalmente presidiato da due enormi uomini in divisa, con i vetri rettangolari sopra cui campeggiava la scritta “Division Centrale de Police - Politie Middenafdeeeling” uno dei due poliziotti all’ingresso le domandò cortesemente “Signorina: dove va?” ottenendo una risposta lapidaria “mi hanno truffata e dovrei fare una denuncia. Che cosa devo fare?”
Sul lato opposto della strada e, più precisamente, al caffè Capital, affollato come sempre di turisti giapponesi e americani, una signora leggeva un articolo di Jonathan Blizer sul New Yorker sorseggiando una varietà di caffè che arrivava dalla sperduta regione di Kaffa quando, alzando lo sguardo dal giornale, vide una ragazza bruna, alta e magra con i capelli raccolti in una coda gesticolare con i poliziotti e poi un secondo dopo sparire inghiottita dentro il palazzo. Mara salì infatti le poche scale che la separavano dall’accettazione, e raccontò quanto successo alla impiegata dietro il grosso vetro che le ordinò di compilare un modulo e poi di attendere di essere chiamata.
“Allora ci sei andata alla polizia?” le arrivò un messaggio su WhatsApp dalla madre al quale rispose subito infastidita “sì, sono qui proprio ora. Ti faccio sapere quando ho finito.”
La Divisione centrale della polizia era un via vai di persone e l’atrio, circondato da tre porte che si aprivano e chiudevano continuamente, veniva più volte attraversato da poliziotti alti e robusti che trascinavano ragazzi riottosi con le manette color alluminio. “Su, sbrigatevi. Andiamo! State vicini, così” bisbigliava un tizio in borghese con un cappello hippie ad un nero ammanettato.
“Sinclarì” gridò una voce che giungeva da dietro il grosso vetro dell’accettazione, “Sinclarì!” ripeté nuovamente la voce di una donna che invitava Mara ad entrare dalla porta a destra.
“Si accomodi”, disse un poliziotto gentile indicandole una sedia dietro una scrivania “che cosa è successo? Anzi… mi dica prima il suo nome, la sua data di nascita e la sua residenza qui a Bruxelles”.
“Mi chiamo Mara Sinclari e sono nata a Cuneo il 10/10/1995 e abito a rue Franklin, 49.”
“Che cosa è successo, dunque?”
Mara raccontò allora della signora gentile conosciuta su Facebook e delle sue insistenze affinché le inviasse il denaro per bloccare la stanza e disse anche delle rassicurazioni fornitele rispetto alla restituzione della medesima casomai la stanza non le fosse piaciuta.
“E di quanto era la caparra?” chiese scuotendo la testa il poliziotto.
“Duecentocinquanta euro”, rispose Mara vedendo arrivare un messaggio dalla madre.
“E poi che è successo?” domandò ancora il poliziotto voltando lo sguardo verso il computer dove annotava sconsolato le informazioni che raccoglieva.
“Niente. Quando poi ho mandato un’amica per vedere l’appartamento, così da decidere se prenderlo o meno, la mia amica si è trovata di fronte solamente un vecchio palazzo diroccato. E niente altro. Allora ho chiesto spiegazioni alla signora tramite la chat di Facebook e lei, prima mi promise che mi avrebbe dato i soldi indietro e poi dopo un po’ ha smesso di rispondere ai miei messaggi. Tutto qui. E ora?”
“E ora…” sospirò il poliziotto “e ora nulla… intanto registro questa denuncia ma credo ci sia veramente poco da fare. Ne ho sentite così tante di storie come queste: mai inviare denaro per bloccare una stanza. Mai! Lo consiglio sempre e mi dispiace tutte le volte sentire storie di ragazzi e ragazze come lei truffati in questo modo.”

venerdì 8 novembre 2019

7. La stagione dopo le piogge



“Emanuele, dove dobbiamo prendere la metro?” mi chiese Pietro continuando a sbattere sul bicchiere il tuorlo d’uovo che aveva zuccherato abbondantemente.
“Secondo me conviene camminare fino a porte de Namur e poi da lì prendiamo la due per andare verso il meeting. Comunque vediamo cosa dice Google Maps così siamo sicuri di non commettere errori.”

“Ok. Dimmi pure quando ci dobbiamo muovere così finisco la colazione ed usciamo”, mi rispose dopo aver dato l’ultima cucchiaiata al suo zabaione.

Il vecchio edificio coloniale si trovava all’incirca a metà della strada ripida che scendeva verso il fiume dove le donne con la bacinella sulla testa portavano a lavare i panni tre volte alla settimana. Con la fine della stagione delle piogge anche esso, al cui interno al primo piano avevamo vissuto sin dalla mia nascita, sembrava aver voglia solo di scrollarsi di dosso tutta quell’acqua caduta negli ultimi tre mesi. E sì che le piogge venivano augurate, desiderate e talvolta invocate in quanto la loro assenza era chiaramente un segno di sventura che si addensava per i mesi a venire. L’appartamento era minuscolo per poter contenere tutti quei cugini che l’avevano scelto come dimora abituale durante la settimana e aveva le assi del pavimento scricchiolanti e le mura da ritinteggiare ma, trovandosi a poca distanza dal centro e dalla scuola, conferiva un certo status alla mia famiglia che sovente lo faceva discretamente trasparire. Dall’altro lato della strada, in un complesso di case più moderne e recintato dalla lamiera ondulata viveva mia nonna, una signora alta, austera e con una grande fascia sul capo perennemente indossata a coprirle i capelli bianchi.

“Manu? Sei pronto? Guarda che fai tardi a scuola stamattina. Ti ho già preparato la merenda e la devi solo mettere nel cestino. Dai!”

“Sì, mamma. Sono quasi pronto. Finisco lo zabaione che mi hai preparato, mi metto il grembiule e sono pronto.”
Lo zabaione soffice in cui di tanto in tanto lei ci metteva del latte, quasi fosse un premio perché il giorno prima non mi fossi attardato con i pantaloni da indossare, con le scarpe da allacciare o con il giubbino ancora da allacciare, segnava per me non solo la fine della stagione delle piogge ma anche l’anno scolastico che ripartiva con le mattinate da passare dentro un’aula invece che scorrazzare a piedi scalzi sulla strada davanti casa dove poi, alle sei della sera quando il sole era tramontato da qualche minuto, la donna tuttofare sarebbe venuta a recuperami, chiamandomi per nome, in mezzo ad un nugolo urlante di altri bambini.
“Quante volte ti ho detto di non sporcarti tutto? Guarda come sei conciato, tutto nero! Se ti vede tua madre! Dai su muoviamoci!” si lamentava stringendomi per mano mentre si aggiustava il telo dietro le spalle che copriva suo figlio addormentato.
“Ancora un minuto, dai! Solo un minuto” frignavo mentre lei mi trascinava dentro casa dove intanto aveva preparato la tinozza per farmi il bagno caldo.
“Su, su, dai andiamo che tra poco arriva la mamma e se ti trova in questo modo sono guai. Per te e per me. Dai, su che dobbiamo fare il bagno, cenare e metterci a nanna che domani c’è la scuola.”
“Ancora un momentino, su!” cercavo di ribellarmi mentre ero ormai sulle scale dell’ingresso e quasi prossimo ad attraversare l’uscio.
“Lo vuoi lo zabaione domani mattina?” mi chiese lei addolcendo lo sguardo “guarda che se non entriamo dentro subito, dico alla mamma di non preparatelo.”
”Emanuele, ma a che ora è esattamente il meeting?” mi chiese nuovamente Pietro per poi aggiungere “ma cos’è che stavi pensando?”


“Allo zabaione, Pietro. Era buono quello che hai fatto?”



venerdì 1 novembre 2019

8. Hai da accendere, per favore?






Faceva freddo e una leggera pioggia scendeva a bagnargli il cappello calzato leggermente sulla testa. Prese l’accendino dalla tasca e si accese una canna d’erba con un filo di tabacco dentro. Tirò una lunga soffiata e voltò a destra come d’abitudine per la sua passeggiata serale. Qualche ora prima aveva pagato l’affitto e fatta la spesa per tutta la settimana al Colruyt e buttato gli ultimi dieci euro per comprarsi una bustina di erba. E poi, aveva pensato, prossimamente si vedrà.
Cristo, quanto cazzo è brutto bestemmiare dietro ai soldi che non ci sono, continuava a tormentarsi aspirando subito un’altra boccata. Dicono che non facciano la felicità, dicono; ripeté nuovamente scuotendo la testa. Ma questa è una cosa dei ricchi che ne hanno a sufficienza. Per gli altri è differente.

Girò a sinistra automaticamente. Dopo aver fatto l’ennesima prova come plongeur il proprietario, un tipo grasso e quasi calvo, gli aveva detto: “Tony, mi dispiace, ma qui i clienti sono pochi. Tu sei una brava persona. Ma non posso tenerti. Ecco i soldi di questi giorni”.

Il fisico nonostante gli anni che andavano su era rimasto allenato dai tanti pomeriggi trascorsi in palestra a dare di guantoni. Quella avrebbe potuto essere una delle possibili svolte della sua vita. Ma non era andata: ci si era messa l’università da finire, mai finita. Ed eccolo a Bruxelles a cercare un lavoro da un ristorante ad un altro, mentre condivideva una stanza in un edificio a due piani dove c’erano altre venti camere, venti persone e quattro bagni; due per piano.
Se la situazione fosse continuata in questo modo, si era detto, avrebbe mollato tutto e, ripresa la caparra dei due mesi, sarebbe ritornato di nuovo in Italia sperando di trovare qualcosa. Vedremo, si disse, prendendo Rue Gineste. Il tempo di cominciare a percorrerla ed un ragazzo gli si avvicinò chiedendogli se avesse un accendino.

Frugò tra le tasche e un secondo più tardi sentì la lama di un coltello puntata alla gola.

“Tira fuori tutto quello che hai lì dentro” gli ordinò il tizio con la felpa con il cappuccio tirato su, indicando le tasche del giubbotto.
“Non ho niente!”
“Dai, fai vedere. Non mi fare incazzare. Su!” lo minacciò con la lunga lama del coltello.
Tony svuotò tutte le tasche ritrovando anche il piccolo accendino rosso con cui si era acceso la canna poco prima aggiungendo “mi hanno appena licenziato. Non ho un lavoro. Non ho soldi: gli ultimi ci ho comprato questo” fece mostrando il cannone intanto spento.
“Non ci credo… comunque dammi il cellulare! Dov’è?” lo incalzò e poi “dove cazzo è il cellulare?” gli urlo contro strattonandolo.
“Me l’hanno rubato la settimana scorsa”.
Il tipo con la felpa allora gli mise le mani tra le palle per assicurarsi che non ci fosse nascosto nulla lì in mezzo e poi si abbassò controllando attorno ai polpacci e scese giù giù fino alle scarpe per essere sicuro che Tony non mentisse.
Questo era il momento buono, pensò Tony, per dargli una ginocchiata sulla faccia. Una volta, mica secoli fa, l’avrebbe fatto e la faccia di questo coglione si sarebbe coperta di sangue immediatamente e i denti schizzati via e sparpagliati sul marciapiede.

Ma questo era una volta. Ora non più.


venerdì 25 ottobre 2019

9. La Prima e la Seconda





“Lu’, ti devo parlare. Ci possiamo vedere questa sera a casa mia?”
“Certo! A che ora facciamo?”
Lucia e Laura le conoscono tutti a Bruxelles o, per essere più precisi, tutti sanno che sono due gemelle pressoché identiche che lavorano nelle istituzioni o, più precisamente, al Consiglio; che delle istituzioni è da tutti considerata la più potente.

Il potere lo si coglieva in tutta la sua presenza in Lucia mentre la sua assenza veniva silenziosamente taciuta in Laura.

Le loro erano state due vite che si erano sempre mosse in parallelo ma con Lucia leggermente in avanti sulla linea del tempo. Delle due, infatti, lei era stata la prima a nascere e da allora ciò aveva condizionato i successivi avvenimenti delle loro esistenze a partire dal modo stesso in cui venivano affettuosamente chiamate dalla madre: Lucia era la “Prima” e Laura la “Seconda”.

Nel corso del tempo tale fatto aveva determinato nella Seconda un costante ritardo nei suoi desideri e nei suoi bisogni.

Come accade in tante famiglie le due sorelle un po’ si emulavano ma poi, diversamente da come succede normalmente, non avevano cessato di farlo. Quanto faceva la Prima si realizzava a distanza di tempo (qualche volta dopo un po’ più di tempo e tal altra dopo un po’ meno) nella Seconda. Quasi che dopo un po’ per sapere che cosa stesse per accadere alla Seconda, diciamo tra anno, lo si potesse desumere con precisione quasi matematica osservando ora il comportamento della Prima.
Le due traiettorie esistenziali dunque procedevano parallele ma solo con un po’ di T a differenziarle; temporalmente asincrone, ma largamente prevedibili; almeno per la Seconda. Quando anni prima la Prima decise di fare un master di “Politiche pubbliche” a Parigi, la Seconda ci aveva impiegato qualche mese prima di optare per la medesima scelta convincendosi che sarebbe stato un bene anche per la sua carriera l’ulteriore ciclo di studi sulle rive della Senna.
La Prima, nel frattempo, aveva già programmato la prossima meta della propria vita professionale ed era così atterrata sul Palazzo Justus Lipsius a Bruxelles. Da qui di tanto in tanto sottolineava, tra una cosa ed un’altra, quanto fosse allettante la prospettiva di un incarico ben retribuito all’interno delle istituzioni.
“Dovresti iscriverti all’EPSO!” sussurrava la Prima tra una chiacchiera ed un messaggio alla Seconda, mentre quest’ultima in un pomeriggio di fine settembre, a Parigi, girando tra Rue Bonaparte, Rue du Vieux Colombier e approdando poi a Rue Férou si era interrogata sul perché trasferirsi a Bruxelles. Ma poi era andata a finire come era andata a finire ossia si era ritrovata a fare la funzionaria al Consiglio.
“Facciamo alle sette questa sera a casa mia. Ok?”
“Bene, bene. Ciao!”
Fece due giri dell’isolato alla ricerca di un parcheggio quando finalmente vide che una macchina aveva appena messo in moto mentre le frecce direzionali ne segnalavano l’immediata partenza. Attese qualche attimo e intanto pensò che cosa avesse da dirle Lucia tanto da invitarla a casa sua.
Parcheggiò e tirò fuori le chiavi dell’appartamento della gemella non senza aver prima dato al citofono due brevi squilli seguiti da uno lungo. Salì all’ultimo piano e vide la porta accostata in attesa del suo ingresso.
“Hai già cenato?” fece la Prima.
“No, non ancora”, rispose la Seconda levandosi il cappotto e gettandolo sul divano.
“Un piatto di pasta?” domandò la Prima prendendo il cappotto della Seconda per appoggiarlo sull’attaccapanni.
“Sì, ok per un piatto di pasta. Hai ancora il sugo di mamma?”
“Certo. Conservato per questa sera”, replicò la Prima andando verso la cucina per mettere su l’acqua della pasta e poi da lì gridò “hanno aperto una posizione alla Delegazione a Washington e mi sto informando su come fare per andarci”. E poi aggiunse tornando in sala con due calici  “non sarebbe male, vero?”

“No, non sarebbe male per niente. Davvero!” Ma poi Laura esclamò “Washington? Troppo lontano!” levandosi le scarpe e portando le gambe sul divano.

venerdì 18 ottobre 2019

10. La regina delle cuevas del Sacromonte




Un urlo e poi uno sparo squarciarono il silenzio della notte all’incrocio tra la calle Sarabia e la calle San Matías nella città ai piedi della Sierra Nevada. Non ero sicuro dell’urlo ma lo sparo, sono sicuro che fosse uno sparo, mi svegliò.
Porca troia! Che cazzo succedeva?
Un altro sparo ancora? Mi chiesi, titubante.
La giornata era cominciata viaggiando tra Malaga e Granada. Dopo un primo giro in piazza de la Merced dove il genio di Malaga visse parte della sua vita, m’imbarcai su un bus della compagnia Alsa in direzione di Granada, dove avrei cominciato il mio pomeriggio di lavoro.
La cosa non era molto impegnativa e la città piena di luce mi aveva accolto con un sole che mi aveva subito scaldato il cuore, dopo gli ultimi giorni trascorsi sotto il cielo piovoso e grigio di Bruxelles.
A cena, accanto a me, una ragazza tedesca mi informava a lungo sulle sue peregrinazioni: Berlino, Colonia e ora Monaco.
“Mi ripeti il tuo nome?”, le domandai ad un certo momento della nostra conversazione.
“Eva-Maria”.
“Eva-Maria?” ripetei.

“Ma puoi chiamarmi solo Eva”, fece portandosi il bicchiere di birra verso la bocca.

“Beh… ok… andata solo per Eva; come Eva la seconda donna di Adamo”, conclusi con un sorriso.
“La seconda donna di Adamo?” ribatté lei piuttosto sorpresa.
“Vuole del vino?” mi chiese nuovamente un cameriere gentile che stava lì da qualche secondo in attesa che noi finissimo di parlare.
“Sì, grazie”, e gli allungai il calice.
La cena andava avanti con chiacchiere tipo “però effettivamente la cucina spagnola se comparata a quella dei paesi del nord Europa… niente! Non c’è niente da dire!” o anche “Eh già… senza trascurare il carattere esuberante degli spagnoli, ne vogliamo parlare? La loro voglia di fare fiesta”.
La stanchezza conseguente alla lunga giornata mi suggerì di compiere un rapido saluto ed ero già sulla strada verso l’hotel. Il freddo si era fatto pungente e gli effetti della vicinanza della Sierra Nevada si facevano sentire consigliandomi un ulteriore giro di sciarpa attorno al collo.
Arrivato all’hotel, salutai la ragazza della reception e finalmente mi ficcai a letto.

Ed ecco la voce di un uomo che gridava.

E poi ecco il primo sparo seguito poco dopo dal secondo.
Ma l’ho sentito davvero?
Sentì pulsarmi il cuore e attesi per vedere se qualcosa si fosse mosso al piano di sopra.
Niente. Nessuna voce. Nessun passo.
Aspettai ancora. Bum bum bum: temevo mi scoppiasse il cuore.
Ok, decisi di scendere alla reception.
Non c’era nessuno. Vidi una stanza dietro il piccolo scrittoio e bussai. La ragazza della reception comparve e mi domandò:
“Sì?”
“Ma lei ha sentito qualcosa?”
“Cosa?”
“Delle urla”
“Urla?”
“Esatto. Delle urla”.
“No, veramente non ho sentito nulla. E comunque sa a Granada può succedere”.
“Invece, lo sparo?”
“Lo sparo? Quale sparo?” Sgranò gli occhi come a dire “tutto bene?”.
“Sì. Ho udito uno sparo. E poi qualcuno che fuggiva”.
“Impossibile”, e poi aggiunse “che giorno è oggi?”
“Venerdì”, le replicai e subito dopo “e quindi?”.
“Beh… è il giorno in cui Lilith, la regina delle cuevas del Sacromonte, viene a prendersi un giovane; un ragazzo di venti anni per portarlo via con sé. Non si preoccupi e torni pure a dormire”.
Mi salutò un po’ annoiata e rientrò da dove era uscita qualche minuto prima.

Erano le 4.51 e da allora non presi più sonno fino al momento in cui suonò la sveglia.

venerdì 11 ottobre 2019

11. Melicious: un angolo di Italia contemporanea a Bruxelles





Non vado spesso per ristoranti italiani a Bruxelles.
Per tante ragioni.
Boh, tanto per cominciare se desidero il cibo italiano me le faccio a casa. E poi tornando in Italia con una certa regolarità posso approfittare della gastronomia del “bel paese” mentre sono giù.
E ancora, come mi ha raccontato una volta un cuoco che lavorava in un ristorante italiano qui in Belgio, quanto la cucina italiana, analogamente a tutte le altre, venga sovente reinterpretata tenendo conto dei gusti del posto e quindi per esempio, lui, sulla carbonara l’uovo lo metteva alla fine, crudo.

E tanti saluti alla ricetta della nonna.

In realtà non vado tanto per ristoranti punto e basta. E quando accade è perché magari ho la curiosità di scoprire un ambiente nuovo, dei cibi mai assaggiati o semplicemente mi si propone una serata conviviale con alcuni amici che non vedo da tempo. Altrimenti sto a casa. E buona lì!
D’altro canto, se uno si ferma a rifletterci qualche secondo, la storia di andare a mangiare fuori non è che sia cominciata da secoli, almeno per quanti non fossero membri del cosiddetto jet-set. Tutti gli altri il ristorante potevano scordarselo o tutt’al più lo vedevano dalle cucine. Ma poi è arrivato il boom economico e oltre alla macchina da acquistare a rate, sono arrivate assieme le ferie agostane e le cene al ristorante.
Insomma, la settimana scorsa ero solo e un amico cuoco, dopo aver lavorato anni in diecimila posti tra trattorie, osterie, tavole calde e via elencando qui a Bruxelles, mi aveva chiesto se potevo passare a trovarlo e vedere come s’era piazzato.

Perché no?

Ho attraversato mezza città e sono approdato a Woluwe-Saint-Pierre al Melicious. Il locale è piccolo (una ventina di coperti nella sala principale e altrettanti in quella dietro che dà sul giardino) e piuttosto spoglio. Alle pareti una riproduzione più da pub che da ristorante italiano. E la cosa, lo confesso, mi ha fatto un gran piacere: finalmente non c’è la solita locandina di “vacanze romane” sui muri!
La cameriera, Maria, elenca, leggendo su un taccuino volante (scusandosi per la precarietà della cosa ma hanno appena aperto e il menù sarà pronto a breve) i piatti della sera e chiede cosa io desideri. Lei, comunque, mi suggerisce delle lasagne che, ripete, sono il piatto forte dello chef.
Accetto. E chiedo pure un bicchiere di vino rosso.
Non sono un gran gourmet e non pubblico su Instagram o Facebook foto di cibi e vini come fanno in molti: in breve non appartengo alla food porn community. Le lasagne mi sembrano buone con la parte superiore leggermente croccante; con un sugo di pesce che non avevo mai mangiato. Il mio amico cuoco mi prende da un lato e, inorridito, mi confessa all’orecchio come in altri ristoranti italiani sia capitato che diano delle lasagne del Delhaize, quelle da due euro e mezzo e poi una volta scaldate ci si metta sopra un po’ di pomodoro, e via come se fossero state fatte a mano.

No, lui no.

Ci mette tutta l’anima ai fornelli e fa un gesto di orrore ripensando alla confezione del Delhaize prima di recarsi nuovamente in cucina.
Rifaccio un altro sorso di vino. E mi riguardo attorno e rivedo che alle pareti non ci sono Sofia Loren, Totò e Alberto Sordi intenti a gustarsi degli spaghetti. E manca anche Franco Califano che suona amaro “tutto il resto è noia”.
Mi rallegra vedere un angolo di Italia contemporanea dove una cameriera ventenne originaria di Cosenza, salutati gli ultimi clienti, ascolta Fred de Palma insieme ad Ana Mena, Ghali e Sfera Ebbasta, mentre apparecchia daccapo per il servizio del giorno successivo.



venerdì 4 ottobre 2019

12. Don Abbondio su Ryanair





Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due cate-
Un viaggio su Ryanair è sempre un insieme di ansie che si scioglie
ne non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda del-
una volta saliti sull’aereo. Io in genere per scaramanzia e pigri-
lo sporgere e del rientrare  di quelli, vien, quasi a un tratto, a
zia tendo a mettermi nelle prime file. Ma non lo faccio acquistan-
ristringersi,  e a prender corso e figura di fiume, tra un promon-
do il posto come invita pressantemente la compagnia ogni volta che
torio a destra, e un’ampia  costiera dall’altra parte; e il ponte,
può, esclamando in  rosso “vuoi avere più  spazio per le  gambe?”,
che  ivi congiunge le  due rive, par che renda ancor più sensibile
allora acquista subito a soli dieci  euro il posto  numero  sedici  
all’occhio questa  trasformazione, e segni il punto in cui il lago
e potrai viaggiare comodo e come  preferisci  tu. No, io  attendo.
cessa, e l’Adda  rincomincia, per  ripigliar poi nome di lago dove

si danno delle oneste coltellate,
ha ognuno l’arma del suo continente

Aspetto l’ultimo momento  a fare il check-in proprio quando poi la
le rive,  allontanandosi  di nuovo,  lascian l’acqua distendersi e
compagnia dovrà assegnare tutti i posti anche quelli  comodi e de-
rallentarsi in  nuovi golfi e  in nuovi seni. La costiera, formata
siderati da numerosi passeggeri.
dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti
Salito e messomi comodo mi seguo noiosamente l’ennesima spiegazio-
contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce  lombarda,
ne  con le assistenti di volo che indicano le uscite di sicurezza,
il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fan-
mentre, a seconda della stagione, dentro l’aereo comincia a fare o
no somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, pur-
troppo caldo o troppo freddo.
ché sia di  fronte,  come per  esempio di su le mura di Milano che
Il passeggero accanto ha già messo un braccio grasso sul braccio-
guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal  contras-
lo ed io ho un moto di stizza che vorrei comunicargli.

le loro lingue parlano fendenti.
c’è chi bersaglia meglio nella pancia,

segno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome
Ma non è un bene. Perché la dittatura  delle  buone maniere mi im-
più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale
pone di dargli una coltellata che deve essere onesta. Ed io  trovo
con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in vallon-
moralmente inaccettabile dare una coltellata  onesta. Quindi  poso
celli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e
il capo sul finestrino, il tempo di rullaggio e di decollo e sono

il  lavoro dell’acque. Il  lembo estremo,  tagliato dalle foci de’
pronto per dormire.

chi taglia al collo come coi capretti
e chi finisce l’altro a calci e pugni

torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vi-
Le voci delle assistenti di volo e il loro prodigarsi per  vendere
gne,  sparse di  terre, di  ville,  di  casali; in  qualche  parte
profumi “oggi” (e solo oggi) scontati  si  allontanano. Né l’odore
boschi, che si prolungano su  per la montagna.  
delle lasagne vegane sortisce qualche effetto e così dopo quaranta
minuti sono sveglio con un filo di saliva secco su un angolo della
bocca e la voce del capitano che annuncia “signori e signore,abbiamo
cominciato la manovra di approccio verso l’aeroporto di Charleroi 
dove atterreremo fra venti minuti”. Non c’è tempo di capire se 
don Abbondio abbia avuto o meno un moto di dignità.