venerdì 18 ottobre 2019

10. La regina delle cuevas del Sacromonte




Un urlo e poi uno sparo squarciarono il silenzio della notte all’incrocio tra la calle Sarabia e la calle San Matías nella città ai piedi della Sierra Nevada. Non ero sicuro dell’urlo ma lo sparo, sono sicuro che fosse uno sparo, mi svegliò.
Porca troia! Che cazzo succedeva?
Un altro sparo ancora? Mi chiesi, titubante.
La giornata era cominciata viaggiando tra Malaga e Granada. Dopo un primo giro in piazza de la Merced dove il genio di Malaga visse parte della sua vita, m’imbarcai su un bus della compagnia Alsa in direzione di Granada, dove avrei cominciato il mio pomeriggio di lavoro.
La cosa non era molto impegnativa e la città piena di luce mi aveva accolto con un sole che mi aveva subito scaldato il cuore, dopo gli ultimi giorni trascorsi sotto il cielo piovoso e grigio di Bruxelles.
A cena, accanto a me, una ragazza tedesca mi informava a lungo sulle sue peregrinazioni: Berlino, Colonia e ora Monaco.
“Mi ripeti il tuo nome?”, le domandai ad un certo momento della nostra conversazione.
“Eva-Maria”.
“Eva-Maria?” ripetei.

“Ma puoi chiamarmi solo Eva”, fece portandosi il bicchiere di birra verso la bocca.

“Beh… ok… andata solo per Eva; come Eva la seconda donna di Adamo”, conclusi con un sorriso.
“La seconda donna di Adamo?” ribatté lei piuttosto sorpresa.
“Vuole del vino?” mi chiese nuovamente un cameriere gentile che stava lì da qualche secondo in attesa che noi finissimo di parlare.
“Sì, grazie”, e gli allungai il calice.
La cena andava avanti con chiacchiere tipo “però effettivamente la cucina spagnola se comparata a quella dei paesi del nord Europa… niente! Non c’è niente da dire!” o anche “Eh già… senza trascurare il carattere esuberante degli spagnoli, ne vogliamo parlare? La loro voglia di fare fiesta”.
La stanchezza conseguente alla lunga giornata mi suggerì di compiere un rapido saluto ed ero già sulla strada verso l’hotel. Il freddo si era fatto pungente e gli effetti della vicinanza della Sierra Nevada si facevano sentire consigliandomi un ulteriore giro di sciarpa attorno al collo.
Arrivato all’hotel, salutai la ragazza della reception e finalmente mi ficcai a letto.

Ed ecco la voce di un uomo che gridava.

E poi ecco il primo sparo seguito poco dopo dal secondo.
Ma l’ho sentito davvero?
Sentì pulsarmi il cuore e attesi per vedere se qualcosa si fosse mosso al piano di sopra.
Niente. Nessuna voce. Nessun passo.
Aspettai ancora. Bum bum bum: temevo mi scoppiasse il cuore.
Ok, decisi di scendere alla reception.
Non c’era nessuno. Vidi una stanza dietro il piccolo scrittoio e bussai. La ragazza della reception comparve e mi domandò:
“Sì?”
“Ma lei ha sentito qualcosa?”
“Cosa?”
“Delle urla”
“Urla?”
“Esatto. Delle urla”.
“No, veramente non ho sentito nulla. E comunque sa a Granada può succedere”.
“Invece, lo sparo?”
“Lo sparo? Quale sparo?” Sgranò gli occhi come a dire “tutto bene?”.
“Sì. Ho udito uno sparo. E poi qualcuno che fuggiva”.
“Impossibile”, e poi aggiunse “che giorno è oggi?”
“Venerdì”, le replicai e subito dopo “e quindi?”.
“Beh… è il giorno in cui Lilith, la regina delle cuevas del Sacromonte, viene a prendersi un giovane; un ragazzo di venti anni per portarlo via con sé. Non si preoccupi e torni pure a dormire”.
Mi salutò un po’ annoiata e rientrò da dove era uscita qualche minuto prima.

Erano le 4.51 e da allora non presi più sonno fino al momento in cui suonò la sveglia.

venerdì 11 ottobre 2019

11. Melicious: un angolo di Italia contemporanea a Bruxelles





Non vado spesso per ristoranti italiani a Bruxelles.
Per tante ragioni.
Boh, tanto per cominciare se desidero il cibo italiano me le faccio a casa. E poi tornando in Italia con una certa regolarità posso approfittare della gastronomia del “bel paese” mentre sono giù.
E ancora, come mi ha raccontato una volta un cuoco che lavorava in un ristorante italiano qui in Belgio, quanto la cucina italiana, analogamente a tutte le altre, venga sovente reinterpretata tenendo conto dei gusti del posto e quindi per esempio, lui, sulla carbonara l’uovo lo metteva alla fine, crudo.

E tanti saluti alla ricetta della nonna.

In realtà non vado tanto per ristoranti punto e basta. E quando accade è perché magari ho la curiosità di scoprire un ambiente nuovo, dei cibi mai assaggiati o semplicemente mi si propone una serata conviviale con alcuni amici che non vedo da tempo. Altrimenti sto a casa. E buona lì!
D’altro canto, se uno si ferma a rifletterci qualche secondo, la storia di andare a mangiare fuori non è che sia cominciata da secoli, almeno per quanti non fossero membri del cosiddetto jet-set. Tutti gli altri il ristorante potevano scordarselo o tutt’al più lo vedevano dalle cucine. Ma poi è arrivato il boom economico e oltre alla macchina da acquistare a rate, sono arrivate assieme le ferie agostane e le cene al ristorante.
Insomma, la settimana scorsa ero solo e un amico cuoco, dopo aver lavorato anni in diecimila posti tra trattorie, osterie, tavole calde e via elencando qui a Bruxelles, mi aveva chiesto se potevo passare a trovarlo e vedere come s’era piazzato.

Perché no?

Ho attraversato mezza città e sono approdato a Woluwe-Saint-Pierre al Melicious. Il locale è piccolo (una ventina di coperti nella sala principale e altrettanti in quella dietro che dà sul giardino) e piuttosto spoglio. Alle pareti una riproduzione più da pub che da ristorante italiano. E la cosa, lo confesso, mi ha fatto un gran piacere: finalmente non c’è la solita locandina di “vacanze romane” sui muri!
La cameriera, Maria, elenca, leggendo su un taccuino volante (scusandosi per la precarietà della cosa ma hanno appena aperto e il menù sarà pronto a breve) i piatti della sera e chiede cosa io desideri. Lei, comunque, mi suggerisce delle lasagne che, ripete, sono il piatto forte dello chef.
Accetto. E chiedo pure un bicchiere di vino rosso.
Non sono un gran gourmet e non pubblico su Instagram o Facebook foto di cibi e vini come fanno in molti: in breve non appartengo alla food porn community. Le lasagne mi sembrano buone con la parte superiore leggermente croccante; con un sugo di pesce che non avevo mai mangiato. Il mio amico cuoco mi prende da un lato e, inorridito, mi confessa all’orecchio come in altri ristoranti italiani sia capitato che diano delle lasagne del Delhaize, quelle da due euro e mezzo e poi una volta scaldate ci si metta sopra un po’ di pomodoro, e via come se fossero state fatte a mano.

No, lui no.

Ci mette tutta l’anima ai fornelli e fa un gesto di orrore ripensando alla confezione del Delhaize prima di recarsi nuovamente in cucina.
Rifaccio un altro sorso di vino. E mi riguardo attorno e rivedo che alle pareti non ci sono Sofia Loren, Totò e Alberto Sordi intenti a gustarsi degli spaghetti. E manca anche Franco Califano che suona amaro “tutto il resto è noia”.
Mi rallegra vedere un angolo di Italia contemporanea dove una cameriera ventenne originaria di Cosenza, salutati gli ultimi clienti, ascolta Fred de Palma insieme ad Ana Mena, Ghali e Sfera Ebbasta, mentre apparecchia daccapo per il servizio del giorno successivo.



venerdì 4 ottobre 2019

12. Don Abbondio su Ryanair





Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due cate-
Un viaggio su Ryanair è sempre un insieme di ansie che si scioglie
ne non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda del-
una volta saliti sull’aereo. Io in genere per scaramanzia e pigri-
lo sporgere e del rientrare  di quelli, vien, quasi a un tratto, a
zia tendo a mettermi nelle prime file. Ma non lo faccio acquistan-
ristringersi,  e a prender corso e figura di fiume, tra un promon-
do il posto come invita pressantemente la compagnia ogni volta che
torio a destra, e un’ampia  costiera dall’altra parte; e il ponte,
può, esclamando in  rosso “vuoi avere più  spazio per le  gambe?”,
che  ivi congiunge le  due rive, par che renda ancor più sensibile
allora acquista subito a soli dieci  euro il posto  numero  sedici  
all’occhio questa  trasformazione, e segni il punto in cui il lago
e potrai viaggiare comodo e come  preferisci  tu. No, io  attendo.
cessa, e l’Adda  rincomincia, per  ripigliar poi nome di lago dove

si danno delle oneste coltellate,
ha ognuno l’arma del suo continente

Aspetto l’ultimo momento  a fare il check-in proprio quando poi la
le rive,  allontanandosi  di nuovo,  lascian l’acqua distendersi e
compagnia dovrà assegnare tutti i posti anche quelli  comodi e de-
rallentarsi in  nuovi golfi e  in nuovi seni. La costiera, formata
siderati da numerosi passeggeri.
dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti
Salito e messomi comodo mi seguo noiosamente l’ennesima spiegazio-
contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce  lombarda,
ne  con le assistenti di volo che indicano le uscite di sicurezza,
il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fan-
mentre, a seconda della stagione, dentro l’aereo comincia a fare o
no somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, pur-
troppo caldo o troppo freddo.
ché sia di  fronte,  come per  esempio di su le mura di Milano che
Il passeggero accanto ha già messo un braccio grasso sul braccio-
guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal  contras-
lo ed io ho un moto di stizza che vorrei comunicargli.

le loro lingue parlano fendenti.
c’è chi bersaglia meglio nella pancia,

segno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome
Ma non è un bene. Perché la dittatura  delle  buone maniere mi im-
più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale
pone di dargli una coltellata che deve essere onesta. Ed io  trovo
con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in vallon-
moralmente inaccettabile dare una coltellata  onesta. Quindi  poso
celli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e
il capo sul finestrino, il tempo di rullaggio e di decollo e sono

il  lavoro dell’acque. Il  lembo estremo,  tagliato dalle foci de’
pronto per dormire.

chi taglia al collo come coi capretti
e chi finisce l’altro a calci e pugni

torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vi-
Le voci delle assistenti di volo e il loro prodigarsi per  vendere
gne,  sparse di  terre, di  ville,  di  casali; in  qualche  parte
profumi “oggi” (e solo oggi) scontati  si  allontanano. Né l’odore
boschi, che si prolungano su  per la montagna.  
delle lasagne vegane sortisce qualche effetto e così dopo quaranta
minuti sono sveglio con un filo di saliva secco su un angolo della
bocca e la voce del capitano che annuncia “signori e signore,abbiamo
cominciato la manovra di approccio verso l’aeroporto di Charleroi 
dove atterreremo fra venti minuti”. Non c’è tempo di capire se 
don Abbondio abbia avuto o meno un moto di dignità.

venerdì 27 settembre 2019

13. Quel postribolo di Bruxelles




Se c’è una cosa che mi ha sempre stupito di Bruxelles è la quantità di eventi, conferenze, seminari, tavole rotonde, summit ma anche “breakfast conference, lunch conference” e appetizer meeting. Lo so sarò provinciale ma tutte queste conferenze mi danno alla testa. Rimango lì a bocca aperta con l’insormontabile difficoltà di scegliere a quale andare a fare la claque. E finisco così per recarmi alla prima che capita come ho fatto l’altro giorno.
Il commissario uscente, un uomo alto e massiccio, era pronto a fare la sua allocuzione attesa con trepidazione da tutti tranne che da se stesso con la testa persa chissà dove. Forse al passato, quando cinque anni prima cominciò questa avventura istituzionale.

Discorso.
Applausi.

L’ex commissario europeo nonché ex Presidente del Consiglio e attuale senatore a vita e presidente dell’università Bocconi (più, immagino, qualche altro centinaio di incarichi) Mario Monti, fresco di ruzzolone all’aeroporto, che illustrava le ragioni per cui una attenta politica di finanza pubblica sia importante per un paese, qualsiasi paese.

Applausi.

Il migliaio di partecipanti giunti da ogni angolo d’Europa affollava la grande sala sulle cui pareti, ormai l’ho visto più e più volte, venivano proiettate immagini rassicuranti simili a fiabe che la mamma ci leggeva prima di addormentarci con una bacio sulla fronte. E ‘sticazzi se a notte fonda i peggiori incubi trasportati, attraverso il cosmo, dal vento solare e direttamente precipitati dentro la cameretta ci facevano svegliare urlanti e con il cuore in gola.
All’ingresso signorine poliglotte controllavano il codice QR per verificare non fossi un impostore così da consegnarmi in un secondo momento i gadget dell’evento che quest’anno, chissà perché, ricordavano i “Fridays for future” e il loro obbligo morale di proteggere l’ambiente.

Sarà.

Che poi con i gadget che strizzano l’occhio ai Fridays for future” c’è sempre il complicato dubbio, terminato l’evento, la conferenza, il seminario, la tavola rotonda, il summit ma anche la “breakfast conference, il lunch conferencee l’“appetizer meeting, come sbarazzarsene. Altrimenti si finisce allo stesso modo che in “Sepolti in casa” travolti da agende, block-notes, chiavi usb, borse di stoffa con dodici stelle dorate su sfondo blu, accatastati in casa o in ufficio finché visti e rivisti non ci si decide a gettarli via divorati tuttavia dal dilemma etico dello spreco. E nodimeno incuriositi sul possibile punto di vista dei Circoli di Monaco e Gottinga sui gadget quali specificità fenomenica della capitale europea. Con un inchino intellettuale al maestro Guido Oldani e il suo realismo terminale.
La capitale del Belgio è sì dunque una città di eventi ma dove alla fin fine ciò che conta davvero è conoscere qualcuno e farsi conoscere da qualcun’altro. Niente di nuovo, osserverà distratto un lettore.

Insomma Bruxelles quale postribolo in cui tutti attendono sì di conoscere la persona giusta ma anche che arrivi il momento del buffet (sulla cui qualità variabile ci si potrebbe scrivere a lungo e che fatalmente dipende da chi organizza l’evento) oppure quello dell’aperitivo durante il quale il vino servito da camerieri in livrea aiuta a sciogliere la lingua e a lubrificare i rapporti fra perfetti sconosciuti immersi in chiacchiere di puro interesse addolcite però da parole di “small talk” sussurrate di tanto in tanto.


venerdì 20 settembre 2019

14. Cesso con vista





“Allora vi piace?”, domandò nervosa la ragazza parlando inglese con un leggero accento tedesco.
“Sì, siamo felicissime. È luminoso! E poi è in una zona perfetta per noi. Ed è giusto quello che volevamo spendere”, replicò Adriana e, un attimo dopo sorridendo, “almeno per il momento…”.
“Molto bene. Per onestà… volevo anche dirvi che c’è un piccolo problema”.
“Qual è?” interrogò allarmata Elena tornando a volgere lo sguardo verso la ragazza.
Elena e Adriana avevano deciso di affittarsi un appartamento interamente per loro cosi si sarebbe realizzato il desiderio di svegliarsi e addormentarsi finalmente assieme: il regalo che volevano donarsi per il loro undicesimo “mesiversario”. Poi con calma avrebbero pianificato il matrimonio e forse, magari più avanti, anche il concepimento di un figlio.
Un appartamento? Non esattamente: non potevano permettersene uno tutto intero. Ciò che contava, tuttavia, era dare un taglio con i kot e fare basta anche di vivere in coloc con altri tizi ai quali dopo un po’ rinunceresti volentieri. Un duplex o alla fine anche uno studio era intanto meglio di niente; poi si sarebbe visto.
Elena, piccola, bruna e capelli tagliati corti corti era fuggita già da molti anni da un piccolo paesino perso sugli Appennini mentre Adriana, cresciuta a Milano, dopo aver vissuto a lungo a Parigi, aveva scelto la capitale del Belgio perché ora lavorava in una charity che “lobbeggiava” le istituzioni comunitarie sul diritto all’aborto in Africa. Si erano incontrate alla proiezione del film “Les îles di Yann Gonzalez durante la rassegna “Pink screens” organizzata ogni anno al cinema Nova, in centro a Bruxelles.

E da quel giorno non si erano separate un secondo e “Les îlesera diventato il loro Big Bang”.

I giri per cercare casa si protraevano da circa un mese. E sull’appuntamento di oggi un po’ ci speravano: la stazione della metro di Porte de Namur praticamente lì, ad un tiro di schioppo da Place Jourdan e, nella descrizione, avevano anche letto che si affacciava sugli stagni di Place Flagey. Chissà che vista!, si rallegrarono. Ma la gioia si stemperò non appena immaginarono l’eventualità di essere in diecimilamilioni di persone all’appuntamento per la visita, come appunto era accaduto la settimana prima, quando c’era un nugolo di gente a seguire la tipa dell’agenzia immobiliare che si districava tra mille lingue.
L’incontro era stato fissato per le quindici ed erano le uniche lì ad aspettare. Il prezzo era abbordabile: cinquecento euro più le charges. In fondo avevano la forza di farcela, in due poi!
Suonarono. Si sentì il rumore secco del portone che si apriva.
Salirono le strette scale fino all’ultimo piano dove c’era una ragazza sull’uscio che le stava attendendo.
“Ciao, Elena”, e diede una stretta di mano robusta.
“Ciao, Adriana”, fece invece lei tirandosi dietro i capelli dagli occhi.
“Lena”, e aggiunse “benvenuti!”.
“Come vi dicevo al telefono, è uno studio. Luminosissimo! Si trova in una posizione ben servita. A due passi un po’ da ogni cosa. La conoscete questa parte della città?”
“Sì… sì…”, ribatté rapida Elena.
“Beh… allora non c’è bisogno vi dica tanto altro” concluse Lena senza dimenticare “comunque proprio qui vicino c’è anche un supermercato Delhaize super comodo: il venerdì è aperto fino alle nove di sera!”
“Allora vi piace?” sollecitò Lena dopo aver mostrato lo studio, temporeggiando davanti una grande vetrata dalla quale entravano alcuni raggi di sole.
“Molto! Era quello che stavamo cercando”, rispose ancora Adriana.
“C’è solo un piccolo problema ed è il bagno”.
“Il bagno?”, domandò Adriana.
“Sì, non è collegato alla rete fognaria. C’è solo una latta”.
“Una latta?”, ripeté incredula Adriana, “Come una latta?” chiese nuovamente attonita.
“Esatto, una latta. La vedete?” disse dopo essersi leggermente allontanata e aver spostato una tenda con su alcuni disegni di Tintin e indicando un latta tipo quella MaxMeyer per la pittura murale da quattordici litri di bianco candido su cui era poggiata una ciambella. “Poi ovviamente potete svuotarla voi all’occorrenza. Nella latta io ci metto una busta di quelle grandi. Così non sono costretta a buttarla via tutti i giorni”.
Elena e Adriana si guardarono come a dire “te l’immagini che disastro lì dentro la volta che entrambe abbiamo le mestruazioni?”

venerdì 13 settembre 2019

15. Cronaca di una multa annunciata



“Signore! Signore, il biglietto per favore?”
Alzai la testa dal libro e realizzai che un omone da più di cento kili con l’uniforme della Stib, la società che gestisce la rete dei mezzi pubblici nella regione di Bruxelles, mi stava chiedendo di mostrargli il titolo di viaggio. Gli dissi che l’avevo scordato a casa.
“Può scendere, per cortesia?”, mi domandò facendo la faccia “sì, vabbè l’hai dimenticato a casa!”

Acconsentii.

La parete di controllori incollata al marciapiede della fermata del tram suggeriva infatti caldamente di farmi tenere un comportamento sobrio, senza inventare scuse implausibili tipo “Des extraterrestres ont kidnappé ma carte MOBIB”.
Ci ho sempre creduto: un insieme di avvenimenti molto raramente ha un esito totalmente casuale. Il caso ci si ficca solo alla fine per confondere le acque o per ricordarci, vanesio, quanto sebbene “programmiate tutto, io invece sono qui a fottervi allegramente e a rendere le vostre esistenze simili a lanterne cinesi che si liberano d’estate sulla spiaggia, e che volano trasportate dalla brezza ora qui e ora là”.
Il mio rientro dall’Italia era avvenuto da poche ore, o meglio, ero riuscito a far salire su un volo Ryan il mio corpo e trascinarlo riottoso fino in Belgio. Normalmente mi occorrono alcuni giorni perché questi si adegui alle nuove abitudini, cosa che da un lato mi rende la vita un po’ difficile, anche se dall’altra diluisce il mio ingresso nella nuova routine, mantenendomi ancora con lo sguardo curioso per qualche giorno. Nonostante avessi visto la differenza di temperature tra i due paesi, mi convinsi comunque a volare con i calzoni corti assecondando più lo spirito vacanziero che quello lavorativo di Bruxelles. All’arrivo a gare du Midi cacciai dal portafoglio la mia carta MOBIB con quattro biglietti lasciati lì prima del break estivo. Ne obliterai uno, come da regola, e rimisi poi nella tasca posteriore la tessera. Faccio costantemente il biglietto quando salgo sui mezzi perché sono tendenzialmente ligio al dovere e, in aggiunta, non ho intenzione di spaccarmi il cazzo dall’ansia, controllando ad ogni fermata, se ci sono in attesa i culturisti della Stib in pausa palestra.
Il pomeriggio seguente il clima fresco brussellese mi aveva obbligato al repentino cambio di guardaroba: pantaloni lunghi e felpa, senza temporeggiare troppo! Il tempo soleggiato, quantunque fresco, d’altra parte mi aveva invitato a fare una lunga passeggiata a piedi tra le vie del centro, con una sosta per un pastis a “Le Marseillais” a Place Jeu de Balle.
Adoro camminare e se è possibile percorro il tratto da casa in ufficio a piedi. La strada non è poi tanta e io me la faccio con piacere guardandomi attorno. Gli occhi sono spesso rivolti in alto cercando di scoprire i cambiamenti che la città va attuando o individuando angoli o dettagli che purtroppo la cecità provocata dalla routine nasconde. E cosi il tragitto del primo giorno di lavoro si era compiuto a piedi, sia all’andata che al ritorno.
La mattina successiva, complice la fretta, decisi di prendere i mezzi per andare in ufficio e, fatto assai importante, di rinnovare pure l’abbonamento mensile. Giunto alla fermata del tram ed estratto il portafoglio scoprii con un certo disappunto che avevo lasciato la carta MOBIB a casa e che quindi avrei dovuto rinviare il rinnovo dell’abbonamento.

Pazienza!

Optai di sfidare il caso facendomi forza del fatto che in tutti questi anni a Bruxelles avevo adempiuto, senza eccezione, all’obbligo morale dell’acquisto del biglietto e pertanto mi sentii ampiamente creditore nei confronti del fato, e che cazzo!
A conclusione della giornata in ufficio tornai alla fermata per riprendere nuovamente il mezzo questa volta con destinazione casa. Controllai ancora una volta il portafoglio per vedere se intanto la tessera MOBIB fosse ricomparsa e, non vedendola, accettai pigramente di viaggiare privo di biglietto.
Risfidai la sorte per una seconda volta e per di più sprovvisto di una rete di salvataggio giù in basso: uno straccio di biglietto che avrei potuto acquistare dal conducente e obliterarlo all’occorrenza. Niente. Ciascuna singola azione infine si era perfettamente incastrata contribuendo, come un puzzle, alla realizzazione del disegno del quale ero protagonista mio malgrado.

Il proposito si compì: e hai voglia a dire al palestrato della Stib che tutto era cominciato con un paio di pantaloni corti tuttora buttati sul divano. Mi dispiace, mi disse: “sono 107 euro e questo sottolineato BE78096320931086 è l’IBAN per effettuare il pagamento”.




venerdì 6 settembre 2019

16. Pareva ieri






Tempo ormai di tornare.
I girasoli erano tutti neri e piegati in avanti come il capo di Cristo sulla croce. I festival del dialetto che avevano allietato le piazze si erano conclusi e gli organizzatori avevano già tirato le somme e si erano dati appuntamento per ottobre per pianificare quello del prossimo anno. Gli stagionali che a giugno avevano gli occhi spiritati sorridevano e tiravano finalmente un po’ di fiato mentre senza fretta i primi chioschi sulla spiaggia cominciavano a sbaraccare e i gestori si davano presto un gancio in qualche angolo di sud America o “nell’isola che nessuno conosce ancora” in Thailandia. E nei borghi splendidi e abbarbicati dove ci si recava a cercare un po’ di riparo dal caldo infernale ricomparivano i gatti randagi solitari, padroni delle vie deserte alla fine. I turisti olandesi e belgi,  spossati anche loro dal caldo, dopo aver fotografato sul ciglio della strada i filari delle viti ben ordinati si accalcavano adesso sui voli di rientro felici di riprendere la via di casa, con il lusso di potersi esprimere nuovamente senza errori né imbarazzo.

Erano passati due mesi ma sembrava ieri.

Era stupefacente osservare quanto le giornate di settembre nelle città di riviera assomiglino al tardo pomeriggio in spiaggia dopo una lunga giornata distesi sul telo. Pian piano, infatti, la spiaggia si svuotava degli ultimi bagnanti, le onde del mare lentamente si accorciavano, il frastuono e le grida si riducevano fino a scomparire intanto che i gabbiani più intraprendenti cercavano del cibo planando qua e là, garrendo impazziti.

Ecco questo era settembre.

Il cielo si faceva più terso e il suo colore tornava ad essere di nuovo azzurro. La forma delle colline su in alto si percepiva chiaramente e tutto quello che le circondava si dettagliava, contrariamente ai mesi di luglio ed agosto quando l’umidità come una specie di rotolo di pellicola Cuki, avvolgendoli, te le trasfigurava.
Ieri sera mi ero fatto poi una passeggiata costeggiando il molo dei pescherecci mentre da due grandi cartelli Run mi guardava stupito con gli occhi sgranati chiedendosi perché. “Top Gun” e “Airone bianco” ondeggiavano sfiorandosi di tanto in tanto facendo un balletto all’unisono. Il riflesso della luna sull’acqua nera e gonfia di gasolio si confondeva con la luce sparata dai fari montati sugli sconfinati parcheggi vuoti, ora che i traghetti avevano ridotto il numero dei viaggi dall’altra parte del mare. Peppino, trenta anni sopra un peschereccio, ingannava il tempo fumando una sigaretta e, nel frattempo che il comandante e il nostromo arrivassero, sistemava la trinca e la ghia, penzolanti dall’archetto.
Il saluto agli amici in Italia si era sciolto in cene che terminavano costantemente con un “fai un buon viaggio di rientro a Bruxelles” e un “allora, ci vediamo la prossima volta che rientri”. Il verbo “rientrare” non mutava, era il medesimo e veniva naturalmente usato con leggerezza perché chi lo esprimeva lo faceva privo di attenzione. Cambiava solo la destinazione del rientro. Ci scambiavano gli ultimi abbracci e i Nu Guinea da un’auto con i finestrini abbassati cantavano:
“Pareva ajere
Era bello a sta’ in miezz’a via
Senza pensier…”