venerdì 16 agosto 2019

19. Il rinnovamento del guardaroba linguistico





Come mi accadeva spesso, dopo qualche settimana in Italia e quando intravvedevo già i primi segnali dell’immediato rientro a Bruxelles mi decisi a fare quanto non fatto nel corso dei giorni passati, perché ancora avevo l’illusione del lungo tempo a disposizione.
Non era la prima volta che osservavo quanto i giorni al ritorno tendano a scorrere con un ritmo più accelerato come l’apparire e il coricarsi del sole che ora avvenivano ad una velocità sorprendente.
E così urgentemente consapevole che il numero dei giorni si accorciava e che la lista delle cose da fare si allungava accettavo di pranzare con Ben. Erano passati sicuro un paio di anni dall’ultima volta che ci beccammo ad un altro pranzo quando poi la sua auto ci lasciò pure a piedi sotto una pioggia che veniva giù a far male. Nel frattempo aveva avuto un figlio e s’era già separato dalla donna con cui l’aveva concepito.

Cose che succedono.

Era in ferie. Da qualche ora.
“Cosa prendiamo?", mi domandò.
Un’occhiata al menu. Faceva troppo caldo per prendere qualcosa di caldo e quindi decidemmo per un piatto di seppie e piselli bollenti. Scelta coerente, esclamammo. Con quaranta gradi, non vuoi mangiarti delle seppie e piselli?
“Be’, prendiamoci almeno una insalata”.
“Mi sembra il minimo.”
“Cazzo, una vita!”
“Eh, sì” rispose.
“Che dici? Com’è?” attaccai. D’altra parte Ben è uno che difficilmente si concentra per più di dieci secondi. Avrà detto miliardi di volte che ha il disturbo dell’attenzione. Sarà.
“Bene. Sai che mi sono allascato?”
“Allascato?”, lo fissai perplesso.
“Sì, Giulia. Finita! Boh… sarà un anno e mezzo… sta con uno divorziato… c’avrà sopra cinquanta anni: venti più vecchio di lei. Pensa un po’!”.
Feci sì con il capo lasciando immaginare un “niente di nuovo”.
Gli domandai “E tu?”
“Sto con Asia: è un ‘95. Non ci sta con la testa: una furiosa! È un annetto che stiamo insieme… insieme… si fa per dire… e adesso se ne vola per Birmingham.”
“Birmingham?”,.
Annuì allargando le braccia.
“Vedremo” fece scattando. “E da ieri mi hanno pure revocato nuovamente la patente. Ti ricordi dell’incidente di quella volta, no? Sono pure a piedi. Non so nemmeno come cazzo andarci a lavorare”.
“E al lavoro?”
“Bene. Tiro su tremila euro al mese. Ma giro l’Italia come una trottola partoriente. E quello sarebbe anche il meno. Il problema sono le stecche”.

“Stecche?”

“Eh, no? Per vendere i nostri prodotti nei supermercati devi dare delle stecche”. E abbassando la voce e guardandosi attorno “Duemila a uno. Quattromila ad un altro. Vuoi avere uno spazio tre per due in quel supermercato dove esporre e vendere i tuoi prodotti? Portati a cena il buyer e poi fagli trovare una busta con un po’ di cash. Altrimenti hai voglia a piazzarli i tuoi prodotti là dentro.”
“Eh, sì” cercai di capire.
“Dai lasciamo perdere. Non parliamo di lavoro che ho appena cominciato le ferie. Lo sai che sono trecento?”
“Trecento?”
“Esatto. Martedì scorso alle ventuno e trentacinque. Le prostitute non contano.”, sorrise strizzando l’occhiolino.
“Trecento!” esclamai “robe grosse”.
Gli venne fuori un ghigno di soddisfazione. “Ovviamente senza considerare quelle pagate.” E mentre inviava un messaggio “Be, quelle pagate non l’ho mai contate. Solo messe nel conto dell’azienda. Nella richiesta di rimborso oltre alla stanza dell’hotel e un pranzo ci facevo entrare anche la ragazza in camera”.
“Mentre stavi insieme a Giulia?” chiesi provando ad insinuare il tarlo morale (che figlio di puttana che sono!).
“Sì, che c’entra? Ovvio… ma tanto quella erano solo delle seghe travestite”.
“Seghe travestite?”.
“E no?!”
Stavamo facendo la scarpetta quando una decina di carabinieri entrò dentro il ristorante per prendersi un caffè. Ben si agitò e prese il telefono per mandare dei messaggi.
“Tutto a posto?”
“Sì, sì. Devo solo avvisare Cla di aspettare prima di raggiungerci”.
“Perché?”, domandai stupito, ma non tanto.
“Come perché? Non li vedi?”
“Certo che li vedo. E allora?”
“Cla mi deve portare 5 grammi di cristalli”.
“Cristalli?”
“Sì, cristalli. Forse è meglio che stia ancora lì ad aspettarci.”
“Sì, forse è meglio!”

venerdì 9 agosto 2019

20. Dimmi che stato hai su WhatsApp e ti dirò chi sei




Faceva un caldo insopportabile, un caldo che ti rimaneva appiccicato addosso come quando facendoti il bidet con “Natural’è intimo” fai fatica a sciacquarti tutta quella schiuma che ti sta lì sotto.
Dopo aver letto la presentazione delle madri di Ossip Gregorovius il cui numero dipendeva dal suo grado di sbornia, e poi essere passato alla descrizione, torbida e vagamente incestuosa, del frugare di Agathe fra i fogli del fratello e infine letto qualche passo sulla mostra fotografica di Luigi Ghirri al musée du Jeu de Paume a Parigi ne avevo abbastanza. E decisi dunque di darmi a qualcosa di più triviale digitando sul cellulare la pagina del quotidiano la Repubblica.
Bingo!
Il trend del momento che scorrazzava qua e là era il “vicino di numero”. Di cosa si tratta? Poniamo il caso che il numero della mia utenza mobile sia 1234567, i miei vicini di numero allora saranno il sei e l’otto perché quelli più prossimi all’ultimo numero. E a questi ho inviato un messaggio. Senza alcuna risposta. Non avevo alcun vicino. Forse avrei potuto provare anche l’altra di SIM ma non avrei sopportato una nuova cocente delusione. E così frustrato e sfiduciato ripiegavo su WhatsApp per distrarmi e frucugliare tra i miei 1.500 contatti.

Puro voyerismo di una notte di mezza estate.

Dopo un centinaio di contatti realizzai presto che le immagini del profilo non mi comunicavano poi un granché. Erano facilmente prevedibili giacché il più delle volte si trattava della propria foto o di quella di gatti-cani-fidanzati-fidanzate-figli-figlie-padri-madri-mariti-mogli.
Poiché dunque le immagini erano diventate presto noiose e il sonno stava per prendere il sopravvento aprii a caso uno dei primi contatti che corrispondeva a Adriano per vederne lo stato. Dopo avere cliccato sopra il suo nome WhatsApp mi avvertiva: “Ultimo accesso 20/06/19 alle 13.32”. Da allora niente più. Ma poi ricordai di aver letto su un sito di cronaca locale che il povero Adriano proprio il 20 giugno 2019 era stato arrestato con un migliaio di “Donald Trump” da 120mg di MDMA ciascuna. Chissà con chi si era sentito quel giorno alle 13.32.
Suppongo che per un po’ sarà difficile saperlo.
Conclusa una lunga ed estenuante ricerca sullo stato dei miei contatti su WhatsApp, e grazie ad un campione, sì casuale ma più affidabile degli ultimi exit poll, sono in grado di dirti, con estrema precisione, che tu appartieni senz’altro ad uno dei profili psicologici che ho identificato e che potrai leggere ora.

PROFILO POCO ESIGENTE
Una buona metà dei miei contatti riporta la frase standard “Ciao! Sto usando WhatsApp” o anche un vago “Disponibile” (disponibile a cosa?) tradotta in svariate lingue incluso, credo, anche il mandarino (non è difficile comprendere che si tratti esattamente di quella frase visto che comunque termina con “WhatsApp”). Se pure tu ti identifichi in questa categoria sappi che si tratta del tipico profilo psicologico da cliente di supermercato dell’Europa dell’Est ma prima della caduta del Muro di Berlino. Consumatori poco esigenti: un prodotto una marca.

PROFILO NEW AGE
Se invece tendi a sviluppare pensieri o stati che richiamano frasi tipo “Potranno tagliare tutti i fiori ma non potranno fermare la primavera”, “Buona vita!”, “Keep the faith”, “Fai ciò che devi e accada quello che può”, “In meditazione” o anche il più svolazzante “Il faut être léger comme l'oiseau, et non comme la plume” allora sei inevitabilmente affetto da spiritualismo New Age, con frequenti incursioni in spiaggia per il saluto al sole.

PROFILO POLITICO
Al contrario se hai sì una tendenza allo spiritualismo New Age ma quello che ti caratterizza maggiormente sono le frasi tipo “Dio è morto, Marx è morto e anch’io oggi non mi sento tanto bene”, “In direzione ostinata e contraria” o anche un “Cuba libre forever!” (sebbene in quest’ultimo caso possano sorgere dubbi interpretativi ostici anche per l’esegeta più scrupoloso); be’ non mi posso sbagliare sei più da sede di partito ma con annessi cella frigorifera, freccia indicante una qualsiasi direzione contraria e, forse, anche un bar.

PROFILO IMMOBILE
Frasi tipo “In giardino”, “Al cinema”, “In palestra”, “Dal dentista”, “A scuola”, “In treno”, “In aereo”, “In tribunale”, “Al lavoro”, “In viaggio” et similia presenti nel tuo stato, diciamo da più di un anno, dovrebbero fornirti una qualche indicazione sulla tua attitudine al cambiamento. Niente di preoccupante in fondo. Consiglio disinteressato: prova a chiederti quando è stata l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta.

PROFILO BUSY
Questo è palesemente il profilo psicologico di chi non perde tempo altrimenti non si chiamerebbe “Profilo busy” ma si chiamerebbe non so, qualcosa tipo “Profilo occhi puntati alle stelle”. Hai scritto più di una volta nel tuo stato ”Occupato”, “Non posso rispondere”, “Ti chiamo quando posso”, “Run run run”, “Solo chiamate urgenti”, “Scrivete solo se necessario”, “Esclusi perditempo”? Be’, la categoria di appartenenza è chiara e non si discute. Tanto non avresti tempo per poterne parlare. E quindi smettiamola qui.

PROFILO INTELLETTUALE
Ti è già capitato di mettere nel tuo stato cose tipo “Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Io sono vasto contengo moltitudini”, o pure un qualcosa di più esotico come un “Carpe diem”, un “Omnia vincit amor”, “Memento audere semper” o anche un più ricercato “Transire suum pectus mundoque potiri“? Margine di errore vicino allo zero che il tuo sia un profilo intellettuale. Ma la più recente epistemologia e filosofia della scienza dovrebbero metterti in guardia da un certo determinismo; ed io aggiungerei anche dal primato del logos.

Cristo m’ero dimenticato dell’ultimo profilo. Ed eccolo qui. È il PROFILO LUNGIMIRANTE.
Appartiene a chi ha nel proprio stato la frase tipo “Buon anno nuovo!” con tanto di bottiglia di spumante che esplode anche ora che siamo ad agosto. Trattasi di profilo appunto lungimirante perché tanto il nostro sa che è inutile affannarsi a ricambiare lo stato perché il Capodanno arriverà anche alla fine di questo 2019. E dopo Ferragosto arriverà pure più rapido. Dalla fetta di anguria a quella di panettone: un battito di ciglia.


Quale sarà lo stato che ho sul mio WhatsApp? Corro a controllare!



venerdì 2 agosto 2019

21. La libertà e la mosca azzurra




Mentre scarpinavo giù piano piano, con lo zaino pesante quanto un vecchio finale "Crest Audio", per arrivare sulla spiaggia deserta dove avrei campeggiato, mi continuavano a venire a mente uno dei tanti lavori che avrei voluto fare e Walden.
Alla fine quel lavoro, e molti altri ancora, non l’avevo mai fatto poiché tendo a seguire la linea di minor attrito; e non so sia stato un bene o meno. E a Walden ripensavo solo ora, dopo secoli, perché ogni volta che si fa del campeggio solitario ci si sente ridicolmente lui.

Un po’ libero.

Insomma, avevamo preparato tutto quello che serviva in vista di un paio di notti di campeggio selvaggio in una spiaggia poco affollata nell’Adriatico. La lista della sopravvivenza era stata preparata meticolosamente tenendo conto dei bisogni di persone abituate a vivere in grandi città, senza ovviamente dimenticare lo spray contro le zanzare e il materassino perché la sabbia è dura.
Tutto il possibile. Anche se il possibile si scontra sovente con il reale e con il peso che l’accompagna. E per gonfiare il materassino occorreva una pompa ordinata su Amazon arrivata giusto prima della partenza.
Come funzionano queste interfacce di conversione?, mi chiesi intanto che le osservavo sperando qualcuno avesse inserito un manuale delle istruzioni tipo quelli di Ikea.
Nessuna idea! Altro che Walden: uno sfigato cittadino che manco una semplice pompa sapeva far funzionare.
Prendemmo il lungo sentiero per scendere ed io continuavo ad interrogarmi sull’esistenza di un Walden d’inizio millennio. Be’, mi consolai, non ne sarei stato capace nemmeno allora; figuriamoci adesso, connessi all’inverosimile.
Che stelle saranno mai quelle? Lanci Sky Map e ti dice che è la costellazione di Cassiopea. E la curiosità è presto risolta. Ma già la volta successiva avrai dimenticato la sua posizione. E la ricercherai.

Senza memoria.

Chiedendoti nuovamente il nome di quel gruppo di stelle con la forma a W e scoprirai che si tratterà della stessa Cassiopea. Una nuova scoperta che sarà priva del ricordo della vecchia scoperta. Perché ricordare presuppone attenzione e, nell’eterno presente costituito da impulsi continui a caccia di attenzione, non sempre ciò è alla portata di tutti.
A metà discesa incontrai un vecchio amico che non vedevo da anni e che tempo prima faceva l’ambulante girando in lungo e largo i mercati della provincia vendendo articoli che comprava in India. E del suo lavoro, che una volta avrei voluto fare anche io, amavo il senso di libertà che l’accompagnava che veniva dall’essere oggi qui e domani lì. La stessa libertà che può offrirti una spiaggia vuota su cui stai campeggiando selvaggiamente.
Intorno a mezzanotte entrai in tenda dopo aver cenato con una cosa che c’eravamo preparati a casa da persone diligenti. E crollai subito dal sonno.
Ad un certo punto questa si riempì di migliaia di larve di mosche azzurre. Dappertutto. Mi domandai sgomento come fossero entrate, da dove fossero comparse; un attimo prima non c’erano. Ora erano lì.

Un esercito di larve.

Provai ad ucciderne alcune. Ma rinascevano. Erano distese su ogni angolo. Eccole lassù, in alto, sul punto in cui si trovava la retina bianca che permette all’aria di entrare. Colma di larve.
Dio mio!!, cominciai ad urlare.
Mi voltai e vidi che Tina, accanto a me, dormiva e il suo respiro leggero e costante mi aveva immediatamente tranquillizzato.

Chissà dov’erano scomparse tutte quelle larve che hanno bisogno della merda per poter evolversi.


venerdì 26 luglio 2019

22. Sei minuti in macchina o venti minuti a piedi





“’Notte amore. Ci vediamo domani. A che ora sei libera?”
“Quando vuoi. Domani non ho lezioni in facoltà. Oggi i miei andavano dagli zii al mare. Vuoi fermarti?”, chiese lei svenevole.
“No, amore, sono distrutto. E domani mattina ho pure lezione presto. Facciamo dopo pranzo” rispose lui trattenendo uno sbadiglio.
“Va bene, ‘ notte, amore”, fece lei aprendo lo sportello della Citroen.
“Ti amo, Mia” le disse e le diede un bacio. Girò le chiavi nel cruscotto e accese il motore mentre lei scendeva dall’auto.

Tirò fuori il cellulare intanto che aspettava che lei si chiudesse il portone dietro, e cominciò a scrivere “Fede, sei a casa?”

Mattia e Andrea erano amici da una vita. E anche Fede e Mia. Avevano trascorso una serata di chiacchiere in un locale del centro insieme. Mattia aveva sempre provato una certa trepidazione di fronte a Fede che tuttavia non s’era mai trasformata in un turbamento vero e proprio dalle conseguenze prevedibili e, alla fine, Mia e la sua insistenza l’avevano sopraffatto; e finirono assieme. Qualche settimana più avanti anche ad Andrea e Fede toccò la stessa sorte. Da allora saranno passati un paio di anni.
“Sì, appena arrivata”.
“Che fai ora?” fece lui mellifluo cancellando subito il messaggio dopo l’invio.
“Niente. Mi preparo per andare a dormire” e poi terminò con un secondo messaggio domandando “E tu? Già a casa?”
“Non ancora. Ho lasciato sotto casa Mia da pochissimo” e poi innestò la retromarcia e imboccò il vialetto per uscire dal parcheggio. Attese un attimo che cambiasse colore alla spunta e si avviò lentamente verso la strada principale.
“Siamo stati bene questa sera in pizzeria, no?” rispose lei mentre Mattia decideva di accostare la macchina vedendola intenta a scrivere.
“Sì, molto bene.” Rispose di getto e aggiunse “quei due volevano andarsene a casa subito. Io sarei rimasto in giro, almeno per un po’”.
“E c’era anche quella storia buffa del prof di chimica organica che Andrea s’era ostinato a raccontare ad ogni costo” digitò infine lei. Pochi secondi dopo scrisse “be’, sì anche io sarei rimasta ancora un po’ fuori”.

Cristo, pensò Mattia.

“Arrivato a casa nel frattempo?” provò ad informarsi lei.
“No, ho accostato sulla strada”.
“E che aspetti?” sollecitò inserendo a corredo una emoticon al testo.
“Chi, io?”
“Sì, che aspetti?”
“Cosa aspetto?”
“Certo! Cosa aspetti?”
“Non lo so. Non ho sonno. Vorrei stare ancora un po’ in giro. E tu? Che fai? Non vai a dormire?” provò a sondare.
“Vorrei…”
“Vorresti?” digitò immediatamente aggiungendo “dicevi?”
“No, niente. Dicevo che vorrei… dai lasciamo andare…”.
“No, dimmi!” incalzò Mattia.
“A proposito: sai che i miei sono partiti? Credo andassero a vedere la mostra di Marc e Macke; hanno una fissa per l’espressionismo tedesco quelli lì!”.
“Ritorneranno fra un paio di giorni, presumo. Sei ancora lì?” domandò.
“Sì, te l’ho detto. Non riesco a muovermi. Eppure dovrei…” inviò la faccetta addormentata.
“Fammi un po’ vedere dove stai esattamente… Mi mandi la posizione?” chiese lei.
“Eccola”.

Map dice che ti trovi a sei minuti in macchina o a venti minuti a piedi da qui!”

“Esatto!” commentò lui allegro.
“Vicino, no?”.
“Sì!, vicinissimo” confermò lui frettolosamente.
Poi mentre stava per scrivere nuovamente gli cadde il cellulare dalle mani e gli finì in mezzo alle gambe e si accorse che là qualcosa era cambiato.

venerdì 19 luglio 2019

23. Perché poi uno ci pensa ogni tanto a ritornare in Italia






Come mi capita spesso sono rientrato da poco in Italia. I girasoli sono ormai alti e lussureggianti e l’atmosfera vacanziera nella mia città si respira dal sorriso felice dei suoi abitanti e dagli occhi spiritati degli stagionali nei chioschetti sulla spiaggia. I festival del dialetto locale che allietano le serate nelle piazze pigre e i borghi splendidi e abbarbicati dove trovare riparo dalla calura estiva ne sono un’ulteriore conferma. Un mondo di bellezza tutto attorno da lasciarti a bocca aperta. Una cartolina che i turisti olandesi o belgi visitano con stupore fermandosi sul ciglio della strada a fare le foto delle colline con i filari delle viti ben ordinati.
Eppure! Sì, c’è un eppure.

C’è l’Italia dei piccoli soprusi.

Perché mentre quelli grandi ti fanno incazzare così intensamente da rovinarti lo stomaco e farti dire “adesso, basta!” e spingerti, ancorché riluttante, ad una presa di posizione che definire rivoluzionaria forse è un pochettino esagerata; con quelli piccoli no, non ci riesci.
Di fronte ad una sopraffazione palese, sfrontata e dalle dimensioni cosmiche che urla vendetta, anche la più conformista delle persone sente una vocina che le sussurra “così, no!”.
Una ingiustizia di quelle proporzioni è una bella donna o un uomo le cui qualità estetiche sono così evidenti che il giudizio degli astanti non può che essere unanime: sì, è una meraviglia!
Insomma, è facile ribellarsi quando vengono calpestati i grandi princìpi; o almeno dovrebbe esserlo. Se ne vedono gli oltraggi e la violenza che produce nell’anima ti implora di porvi un rimedio.

Subito.

Ma è davanti alle piccole angherie che siamo impreparati e indifesi perché sono delle gocce di acqua che colando giù, ogni istante, eterne, scavano delle crepe che nel tempo e senza badarci troppo diventano grandi come la basilica di San Pietro in Vaticano. Talune volte i piccoli soprusi hanno anche delle motivazioni che paiono ragionevoli. Di essi infatti si può dire, di quando in quando, “be’ comunque ha senso questa cosa. In fondo in fondo a pensarci bene, perché no? C’è una logica dietro tale decisione!”
I piccoli soprusi, poiché appunto minuscoli e talvolta dotati di una spiegazione, ti sfiancano lentamente. È una tensione continua che avviene però sottotraccia, dal momento che i “soprusini” non trattano con la coscienza.

Sono stillicidi che avvengono più in basso.

Vuoi disfarti del tuo apparecchio televisivo visto che trovi ripugnante un palinsesto costituito da programmi da voltastomaco e così smettere anche di pagarne il canone oggi addebitato direttamente sulla bolletta della luce? Lo devi comunicare all’Agenzia delle Entrate entro un termine stabilito. È giusto! E se per qualche ragione hai avuto i ladri in casa e te l’hanno rubato, pazienza; continuerai a pagarlo fino alla data concordata. La regola in sé e per sé funziona, figuriamoci!, altrimenti sarebbe il caos.
Un appartamento dato in locazione con un contratto regolarmente registrato e con un inquilino moroso ti obbliga, comunque, a te proprietario al pagamento della relativa imposta anche se l’inquilino ha cessato di pagarti l’affitto da oltre un anno, e hai voglia a dargli lo sfratto!
Al prossimo inquilino, non appena sarà entrato in casa, avrai poi fatto firmare la disdetta del contratto di locazione in bianco, facendo a tua volta un piccolo sopruso.

E in questo modo alla fine il cerchio sarà chiuso.

E l’esercizio del sopruso farà talmente parte di te che farai fatica a riconoscerlo, come quando parlando una lingua straniera, non sarai in grado di distinguere l’accento con il quale la parli.
È un paese da cartolina. A condizione di rimanere sul ciglio della strada a fotografare i filari delle viti prima del tramonto. 
O di tornarci di tanto in tanto.

venerdì 12 luglio 2019

24. Quando avresti dovuto portare via il tavolo e invece non l'hai fatto





A lungo mi sono procurato la roba spacciandola. Ma non sono mai stato un eroinomane, troppo codardo.
Solo piccoli traffici di erba o di fumo. Magari ne compravo una chilata e me ne staccavo cento grammi, e il resto lo dividevo con amici in modo da avere l’etto gratis. Sì, una cresta. Un misero plusvalore, tanto per capirci.
Magheggi trascurabili per fumare a sbafo. Che poi alla fine non era proprio a scrocco, considerato il rischio di tenersi per qualche giorno tutta quella roba lì in casa, prima di distribuirla.
Ma non volevo parlare di me ma di uno dei miei spacciatori.
Il “guercio” era per me uno spacciatore occasionale tipo il supermercato del centro commerciale dove recarsi se la bottega all’angolo era chiusa per ferie, o sprovvista. Ogni tossico infatti ha il suo giro di spacciatori ma quando la droga finisce, il giro abituale si allarga concentricamente fino ad arrivare così ai pochi “guercio”, dai quali presto o tardi si finisce per bussare.

Gli mancava un occhio e amava Šostakóvič.

Una sera in un bar uno sgabello lanciato da un tizio, ed indirizzato ad un suo amico più lesto nello schivarlo, era atterrato sul suo viso centrandogli l’occhio sinistro con una precisione da strike a bowling. E da allora era stato soprannominato “il guercio”. Tempo dopo ne aveva messo su uno di vetro che ti guardava sempre diritto con una espressione incredula, confondendoti non poco.
Lo chiamai per vederci usando una formula che mi appariva assai in codice: “posso passare da te per portarti la cioccolata?”, “sì, certo! Sai che mi piace la cioccolata belga!”
Mi accolse il solito bordello: pantaloni gettati sul pavimento, cartoni di pizza ammucchiati, lattine di birra in ogni angolo e piatti accatastati sul lavello con mosconi grandi come droni che ci danzavano sopra. E appunto Šostakóvič.
“La vuoi una birra?”, mi domandò.
“No, grazie”, tagliai corto.
Arrivare, contrattare, valutare la qualità della merce e andarsene via di corsa: una regola aurea. Senza tuttavia dare l’impressione della visita esclusivamente finalizzata all’acquisto. Perché anche lo spacciatore più ottuso non ama essere trattato solamente per quello che è. Ma vuole riconoscimento sociale. E compagnia. Talune volte degli spacciatori mi confessavano tristemente che quando erano sprovvisti di roba, o erano stati dentro e perciò più controllati dagli sbirri, oppure marcivano agli arresti domiciliari nessuno li chiamasse più, nemmeno per un ciao.

È la solitudine dello spacciatore.

Si va dal cellulare che scotta con una sfilza di numeri nella lista delle chiamate perse o ricevute al silenzio tombale. Il passaggio da the king of the party” a uomo invisibile è corto come l’ultima striscia di coca a disposizione e fulmineo come gli anni che ci separano dall’adolescenza quando li ricordiamo decrepiti, parcheggiati in una casa di riposo.
“La vuoi una birra?”, mi domandò ancora.
Gli risposi “no, tranquillo” come se me l’avesse chiesto per la prima volta.
Subito dopo aprendo lo scompartimento del congelatore, su in alto, guardandomi con l’occhio incredulo mi chiese “vuoi della cocaina?”.
“Lascia stare Cri, c’ho pure fretta. Il fumo?”
“Scusa, hai ragione. Te lo vado a prendere subito.”
Andò nella stanza accanto. Sentii che armeggiava con qualcosa e poi tornò con un bel ciocco di fumo, lo appoggiò sul tavolo e lo arrotolò ben benino nel cellophane.
“Grazie” ed esclamai “bello ‘sto tavolo! Non me lo ricordavo” giusto per dire qualcosa, mentre lui contava i pezzi da cinquanta che gli avevo appena dato.
“Legno di abete. È della mia ex. Alla fine l’ha lasciato qui quando se n’è andata. Vedrai che non sapeva come portarlo via” mi svelò con sarcasmo.
“Di sicuro”, replicai io, più per dargli ragione che per condividere l’amarezza delle sue parole.
“Ho dell’eroina se vuoi. Ce ne facciamo una sigaretta?”
“Cri, mi devo muovere”, cercai di accelerare. “Sarà per un’altra volta” aggiunsi mentendo, e me la squagliai.
Passarono diversi mesi e il negozietto era costantemente fornito e quindi non ebbi necessità di portargli ancora della cioccolata belga. Una mattina al bar, mentre mi gustavo un Campari, acchiappai il quotidiano locale, e nella cronaca nera un trafiletto riportava che l’avevano trovato appeso ad una corda, con i piedi ciondolanti sul tavolo rotondo di abete, che l’ex non aveva mai voluto portarsi via.

venerdì 5 luglio 2019

25. Le prime rose d'estate





La signora Lisa Gherardini era una funzionaria della DG EAC e viveva a Bruxelles da una decina d’anni. Il marito, o meglio il secondo marito, giacché dal primo si separò presto non appena rimase incinta della prima figlia, lavorava alla NATO.
Non era felice e non faceva nulla per nasconderlo.
Cercava solo di rendere la sua condizione e di quanti le stavano accanto più o meno sopportabile.

Senza finzioni.

Il carattere brusco e l’affetto scostante verso le figlie le avevano procurato dei pettegolezzi tra i corridoi degli uffici durante la settimana e sgradevoli ciance nei parchi nel corso del week-end.
Molte erano le cause dietro le sue nevrosi e di alcune ne era venuta a capo grazie al lavoro fatto con Véronique, la sua analista junghiana.
Ogni martedì pomeriggio alle sei Lisa Gherardini infatti si recava in avenue de Fré, dove trascorreva un’ora con la dottoressa Véronique De Smet per la seduta settimanale. La cosa si protraeva da qualche anno e lei si sentiva ormai pronta per recidere i fili che la legavano a questa consuetudine.
La mattina ancora addormentata mentre sorseggiava un caffè bollente fumandosi una sigaretta aveva anche pensato come congedarsi con Véronique dopo tutto questo tempo. E rifletteva sul fatto se ne fosse stata davvero capace.
La soluzione più semplice sarebbe stata chiamarla al telefono e dirglielo lì, così, al volo.

Senza pensarci troppo.

Cercò il numero sull’elenco e dopo averlo trovato lo digitò sul suo cellulare.
Ma riattaccò. E rimandò all’incontro di più tardi.
“Ne sarò all’altezza?”, si ridisse accendendo il motore dell’auto prima di uscire dal parcheggio e recarsi in ufficio.
La giornata in ufficio intanto si spegneva triste tra una scartoffia ed un’altra. La mansione per cui era stata assunta non le aveva mai richiesto grandi sforzi cognitivi.

E Lisa aveva trovato scomodamente riparo tra i suoi fantasmi.

Anni di terapia, si domandava, sono serviti a qualcosa?
Perché proseguire, chiese al marito la sera precedente a cena dopo che lui aveva messo a dormire le figlie.
“Mi sembra ti faccia bene” le rispose telegraficamente. “Ne abbiamo parlato tante volte Lisa e capisco la tua stanchezza. Che talvolta il tutto ti sembri inutile e frustrante, posso comprenderlo”.
“Ma dovresti andare avanti”, concluse addolcendo il tono della voce. Annuì e involontariamente aggrottò le sopracciglia. E per la prima volta si rendeva conto che probabilmente avrebbe fatto di testa propria.
Uscì dall’ufficio e prese meccanicamente la via in direzione dello studio di Véronique. Suonò il citofono e poi una volta dentro l’atrio chiamò l’ascensore. Un’ora dopo era lì confusa sul pianerottolo davanti alla porta socchiusa dello studio.

“Allora hai veramente deciso?”, la sollecitò di nuovo Véronique.

“Sì, forse è il momento. Non sono sicura sia la scelta giusta. Ma sento che bisogna farlo oggi” rispose esitante.
Un abbraccio caldo e liberatorio unì le due donne. Salutò e se ne andò senza voltarsi.
Scese le scale due alla volta con i pensieri rivolti ancora a quella porta che chiudeva titubante.
Non occorre essere Sibylle per avere un padre del cazzo, pensò. Attraversò la strada ed entrò in un negozio dove ordinò un mazzo di fiori.

Erano le prime rose d’estate.