venerdì 19 luglio 2019

23. Perché poi uno ci pensa ogni tanto a ritornare in Italia






Come mi capita spesso sono rientrato da poco in Italia. I girasoli sono ormai alti e lussureggianti e l’atmosfera vacanziera nella mia città si respira dal sorriso felice dei suoi abitanti e dagli occhi spiritati degli stagionali nei chioschetti sulla spiaggia. I festival del dialetto locale che allietano le serate nelle piazze pigre e i borghi splendidi e abbarbicati dove trovare riparo dalla calura estiva ne sono un’ulteriore conferma. Un mondo di bellezza tutto attorno da lasciarti a bocca aperta. Una cartolina che i turisti olandesi o belgi visitano con stupore fermandosi sul ciglio della strada a fare le foto delle colline con i filari delle viti ben ordinati.
Eppure! Sì, c’è un eppure.

C’è l’Italia dei piccoli soprusi.

Perché mentre quelli grandi ti fanno incazzare così intensamente da rovinarti lo stomaco e farti dire “adesso, basta!” e spingerti, ancorché riluttante, ad una presa di posizione che definire rivoluzionaria forse è un pochettino esagerata; con quelli piccoli no, non ci riesci.
Di fronte ad una sopraffazione palese, sfrontata e dalle dimensioni cosmiche che urla vendetta, anche la più conformista delle persone sente una vocina che le sussurra “così, no!”.
Una ingiustizia di quelle proporzioni è una bella donna o un uomo le cui qualità estetiche sono così evidenti che il giudizio degli astanti non può che essere unanime: sì, è una meraviglia!
Insomma, è facile ribellarsi quando vengono calpestati i grandi princìpi; o almeno dovrebbe esserlo. Se ne vedono gli oltraggi e la violenza che produce nell’anima ti implora di porvi un rimedio.

Subito.

Ma è davanti alle piccole angherie che siamo impreparati e indifesi perché sono delle gocce di acqua che colando giù, ogni istante, eterne, scavano delle crepe che nel tempo e senza badarci troppo diventano grandi come la basilica di San Pietro in Vaticano. Talune volte i piccoli soprusi hanno anche delle motivazioni che paiono ragionevoli. Di essi infatti si può dire, di quando in quando, “be’ comunque ha senso questa cosa. In fondo in fondo a pensarci bene, perché no? C’è una logica dietro tale decisione!”
I piccoli soprusi, poiché appunto minuscoli e talvolta dotati di una spiegazione, ti sfiancano lentamente. È una tensione continua che avviene però sottotraccia, dal momento che i “soprusini” non trattano con la coscienza.

Sono stillicidi che avvengono più in basso.

Vuoi disfarti del tuo apparecchio televisivo visto che trovi ripugnante un palinsesto costituito da programmi da voltastomaco e così smettere anche di pagarne il canone oggi addebitato direttamente sulla bolletta della luce? Lo devi comunicare all’Agenzia delle Entrate entro un termine stabilito. È giusto! E se per qualche ragione hai avuto i ladri in casa e te l’hanno rubato, pazienza; continuerai a pagarlo fino alla data concordata. La regola in sé e per sé funziona, figuriamoci!, altrimenti sarebbe il caos.
Un appartamento dato in locazione con un contratto regolarmente registrato e con un inquilino moroso ti obbliga, comunque, a te proprietario al pagamento della relativa imposta anche se l’inquilino ha cessato di pagarti l’affitto da oltre un anno, e hai voglia a dargli lo sfratto!
Al prossimo inquilino, non appena sarà entrato in casa, avrai poi fatto firmare la disdetta del contratto di locazione in bianco, facendo a tua volta un piccolo sopruso.

E in questo modo alla fine il cerchio sarà chiuso.

E l’esercizio del sopruso farà talmente parte di te che farai fatica a riconoscerlo, come quando parlando una lingua straniera, non sarai in grado di distinguere l’accento con il quale la parli.
È un paese da cartolina. A condizione di rimanere sul ciglio della strada a fotografare i filari delle viti prima del tramonto. 
O di tornarci di tanto in tanto.

venerdì 12 luglio 2019

24. Quando avresti dovuto portare via il tavolo e invece non l'hai fatto





A lungo mi sono procurato la roba spacciandola. Ma non sono mai stato un eroinomane, troppo codardo.
Solo piccoli traffici di erba o di fumo. Magari ne compravo una chilata e me ne staccavo cento grammi, e il resto lo dividevo con amici in modo da avere l’etto gratis. Sì, una cresta. Un misero plusvalore, tanto per capirci.
Magheggi trascurabili per fumare a sbafo. Che poi alla fine non era proprio a scrocco, considerato il rischio di tenersi per qualche giorno tutta quella roba lì in casa, prima di distribuirla.
Ma non volevo parlare di me ma di uno dei miei spacciatori.
Il “guercio” era per me uno spacciatore occasionale tipo il supermercato del centro commerciale dove recarsi se la bottega all’angolo era chiusa per ferie, o sprovvista. Ogni tossico infatti ha il suo giro di spacciatori ma quando la droga finisce, il giro abituale si allarga concentricamente fino ad arrivare così ai pochi “guercio”, dai quali presto o tardi si finisce per bussare.

Gli mancava un occhio e amava Šostakóvič.

Una sera in un bar uno sgabello lanciato da un tizio, ed indirizzato ad un suo amico più lesto nello schivarlo, era atterrato sul suo viso centrandogli l’occhio sinistro con una precisione da strike a bowling. E da allora era stato soprannominato “il guercio”. Tempo dopo ne aveva messo su uno di vetro che ti guardava sempre diritto con una espressione incredula, confondendoti non poco.
Lo chiamai per vederci usando una formula che mi appariva assai in codice: “posso passare da te per portarti la cioccolata?”, “sì, certo! Sai che mi piace la cioccolata belga!”
Mi accolse il solito bordello: pantaloni gettati sul pavimento, cartoni di pizza ammucchiati, lattine di birra in ogni angolo e piatti accatastati sul lavello con mosconi grandi come droni che ci danzavano sopra. E appunto Šostakóvič.
“La vuoi una birra?”, mi domandò.
“No, grazie”, tagliai corto.
Arrivare, contrattare, valutare la qualità della merce e andarsene via di corsa: una regola aurea. Senza tuttavia dare l’impressione della visita esclusivamente finalizzata all’acquisto. Perché anche lo spacciatore più ottuso non ama essere trattato solamente per quello che è. Ma vuole riconoscimento sociale. E compagnia. Talune volte degli spacciatori mi confessavano tristemente che quando erano sprovvisti di roba, o erano stati dentro e perciò più controllati dagli sbirri, oppure marcivano agli arresti domiciliari nessuno li chiamasse più, nemmeno per un ciao.

È la solitudine dello spacciatore.

Si va dal cellulare che scotta con una sfilza di numeri nella lista delle chiamate perse o ricevute al silenzio tombale. Il passaggio da the king of the party” a uomo invisibile è corto come l’ultima striscia di coca a disposizione e fulmineo come gli anni che ci separano dall’adolescenza quando li ricordiamo decrepiti, parcheggiati in una casa di riposo.
“La vuoi una birra?”, mi domandò ancora.
Gli risposi “no, tranquillo” come se me l’avesse chiesto per la prima volta.
Subito dopo aprendo lo scompartimento del congelatore, su in alto, guardandomi con l’occhio incredulo mi chiese “vuoi della cocaina?”.
“Lascia stare Cri, c’ho pure fretta. Il fumo?”
“Scusa, hai ragione. Te lo vado a prendere subito.”
Andò nella stanza accanto. Sentii che armeggiava con qualcosa e poi tornò con un bel ciocco di fumo, lo appoggiò sul tavolo e lo arrotolò ben benino nel cellophane.
“Grazie” ed esclamai “bello ‘sto tavolo! Non me lo ricordavo” giusto per dire qualcosa, mentre lui contava i pezzi da cinquanta che gli avevo appena dato.
“Legno di abete. È della mia ex. Alla fine l’ha lasciato qui quando se n’è andata. Vedrai che non sapeva come portarlo via” mi svelò con sarcasmo.
“Di sicuro”, replicai io, più per dargli ragione che per condividere l’amarezza delle sue parole.
“Ho dell’eroina se vuoi. Ce ne facciamo una sigaretta?”
“Cri, mi devo muovere”, cercai di accelerare. “Sarà per un’altra volta” aggiunsi mentendo, e me la squagliai.
Passarono diversi mesi e il negozietto era costantemente fornito e quindi non ebbi necessità di portargli ancora della cioccolata belga. Una mattina al bar, mentre mi gustavo un Campari, acchiappai il quotidiano locale, e nella cronaca nera un trafiletto riportava che l’avevano trovato appeso ad una corda, con i piedi ciondolanti sul tavolo rotondo di abete, che l’ex non aveva mai voluto portarsi via.

venerdì 5 luglio 2019

25. Le prime rose d'estate





La signora Lisa Gherardini era una funzionaria della DG EAC e viveva a Bruxelles da una decina d’anni. Il marito, o meglio il secondo marito, giacché dal primo si separò presto non appena rimase incinta della prima figlia, lavorava alla NATO.
Non era felice e non faceva nulla per nasconderlo.
Cercava solo di rendere la sua condizione e di quanti le stavano accanto più o meno sopportabile.

Senza finzioni.

Il carattere brusco e l’affetto scostante verso le figlie le avevano procurato dei pettegolezzi tra i corridoi degli uffici durante la settimana e sgradevoli ciance nei parchi nel corso del week-end.
Molte erano le cause dietro le sue nevrosi e di alcune ne era venuta a capo grazie al lavoro fatto con Véronique, la sua analista junghiana.
Ogni martedì pomeriggio alle sei Lisa Gherardini infatti si recava in avenue de Fré, dove trascorreva un’ora con la dottoressa Véronique De Smet per la seduta settimanale. La cosa si protraeva da qualche anno e lei si sentiva ormai pronta per recidere i fili che la legavano a questa consuetudine.
La mattina ancora addormentata mentre sorseggiava un caffè bollente fumandosi una sigaretta aveva anche pensato come congedarsi con Véronique dopo tutto questo tempo. E rifletteva sul fatto se ne fosse stata davvero capace.
La soluzione più semplice sarebbe stata chiamarla al telefono e dirglielo lì, così, al volo.

Senza pensarci troppo.

Cercò il numero sull’elenco e dopo averlo trovato lo digitò sul suo cellulare.
Ma riattaccò. E rimandò all’incontro di più tardi.
“Ne sarò all’altezza?”, si ridisse accendendo il motore dell’auto prima di uscire dal parcheggio e recarsi in ufficio.
La giornata in ufficio intanto si spegneva triste tra una scartoffia ed un’altra. La mansione per cui era stata assunta non le aveva mai richiesto grandi sforzi cognitivi.

E Lisa aveva trovato scomodamente riparo tra i suoi fantasmi.

Anni di terapia, si domandava, sono serviti a qualcosa?
Perché proseguire, chiese al marito la sera precedente a cena dopo che lui aveva messo a dormire le figlie.
“Mi sembra ti faccia bene” le rispose telegraficamente. “Ne abbiamo parlato tante volte Lisa e capisco la tua stanchezza. Che talvolta il tutto ti sembri inutile e frustrante, posso comprenderlo”.
“Ma dovresti andare avanti”, concluse addolcendo il tono della voce. Annuì e involontariamente aggrottò le sopracciglia. E per la prima volta si rendeva conto che probabilmente avrebbe fatto di testa propria.
Uscì dall’ufficio e prese meccanicamente la via in direzione dello studio di Véronique. Suonò il citofono e poi una volta dentro l’atrio chiamò l’ascensore. Un’ora dopo era lì confusa sul pianerottolo davanti alla porta socchiusa dello studio.

“Allora hai veramente deciso?”, la sollecitò di nuovo Véronique.

“Sì, forse è il momento. Non sono sicura sia la scelta giusta. Ma sento che bisogna farlo oggi” rispose esitante.
Un abbraccio caldo e liberatorio unì le due donne. Salutò e se ne andò senza voltarsi.
Scese le scale due alla volta con i pensieri rivolti ancora a quella porta che chiudeva titubante.
Non occorre essere Sibylle per avere un padre del cazzo, pensò. Attraversò la strada ed entrò in un negozio dove ordinò un mazzo di fiori.

Erano le prime rose d’estate.

venerdì 28 giugno 2019

26. La ruota di Place Flagey





Faceva caldo.
Brandelli di sudore solidi come Angus che colavano giù e si stringevano alle magliette come fossero gocce di silicone Pattex, confermavano l’esistenza della stagione bollente anche a queste latitudini.
Un’ondata di calore teneva sulla graticola il paese e lo rendeva esausto dalla felicità allo stesso tempo.
Da settimane stava provando a fare l’esercizio per cui veniva sbeffeggiata. Tanto sapeva che un giorno o l’altro ce l’avrebbe fatta.

E li avrebbe smentiti.

L’appuntamento per una birra a place Flagey insieme ai suoi amici di una vita costituiva una tappa obbligatoria prima di tornarsene a casa in direzione di cimitière d’Ixelles.
Contrariamente a molte sue vecchie amiche che tendevano a formare piccole comunità matrilineari, lei sentiva di non poterne fare troppo parte. Anzi a pensarci bene non riusciva proprio a ricordarsi una sola amica con cui avesse legato così a lungo come con François, Thierry e Didier.

Erano gli amici.

Con gli anni apprese a leggerne le intenzioni dal modo in cui si illuminava loro lo sguardo in un momento di intesa scintillante. Col tempo affinò pure la tecnica. Se Thierry diceva stasera andiamo al Pantin immancabilmente Didier avrebbe proposto l’Amère à Boir e Francois tentennando si sarebbe voltato verso i tre indeciso, finché lei non avesse sbrogliato l’esitazione, e risolto per un terzo bar che li avrebbe messi tutti d’accordo.
Era l’unica femmina del gruppo. Le altre un po’ per caso e un po’ per scelta fuggirono o furono fatte scappare. Del gruppo aveva condiviso i litigi, gli amori, le delusioni e le gelosie come quella volta che Thierry e Didier se l’erano date di santa ragione perché ambedue invaghiti di Mélanie, senza tuttavia decidersi. Mélanie però durò qualche settimana sparendo allo stesso modo di un temporale estivo violento, ma passeggero.

François la sfidava spesso.

Una volta molto tempo prima si diede il caso che l’avesse visto con occhi diversi, come quando dopo aver contemplato per secoli un’immagine senza più emozioni, un dettaglio all’improvviso venisse fuori facendoti esclamare “e questo?”. Ma poi il turbamento di rompere qualcosa la condusse a rimettere in ordine quell’immagine abituale.
Flagey era gremita ed il caos che l’attraversava costituito da monopattini, biciclette e palloni che nel momento sembravano stessero per scontrarsi cambiavano magicamente traiettoria e morivano lentamente sul ciglio della strada rincorsi ciascuno dal legittimo proprietario.
Francois, Thierry e Didier stavano seduti sulle panche sorseggiando una Jupiler e passandosi una cannetta d’erba mentre commentavano lo svolazzare leggero degli abiti indossati da ogni ragazza che attraversava la piazza. Anche lei si univa ai commenti e in un certo senso aveva ormai imparato ad anticiparli con il medesimo lessico colorito ma impreziosito di una battuta fulminea riassuntiva, la maggior parte delle quali definitiva.

“Allora che dite? Ne sarò capace o no?” disse poi improvvisamente in un momento di silenzio magico.

“Lascia stare Malak,” sorrise Francois.
“Ora vedrete!”
Si mise in piedi, e aggiustata la maglietta e allargati i pantaloni, alzò le mani al cielo e un secondo dopo aveva compiuto un giro completo di 360 gradi.
Fu la ruota più bella.
“Avete visto?”
E poi aggiunse “Tiè” con entrambe le dita media delle mani alzate.

venerdì 21 giugno 2019

27. Jean-Pierre e la luna




“Ve l’hanno già raccontata la storia di Jean-Pierre?”
“No”, facemmo noi con la testa.
“No?” replicò stupito Laurent sottolineando poi “davvero?”.
“Sul serio” confermai e domandai incuriosito “perché?”
Era qualche mese che ci chiedevamo quando ci saremmo concessi una vacanza.
Non sono un tipo che lavora fino ad esaurirsi ma cerco più o meno di organizzarmi in modo da arrivare se non dappertutto almeno dove possibile. E poi il resto va a mañana”.
Sbrigate le formalità per noleggiare l’auto inforcammo l’E40 con destinazione Ostende e poi da lì giù giù fino a Calais e poi un pochino più giù per raggiungere la Côte d’Opale. Qui avremmo spento il motore della piccola Peugeot 108 attorno alle dieci di sera sotto un cielo grigio come un uomo aggrappato al potere da mezzo secolo e un mare che si infrangeva violento contro la digue fatta costruire per contenerlo. Ancora scossi dalle onde bianche e ricciolute ci riparammo al Mona Lisa un bar con un pubblico su di giri e su con gli anni.
La mattina dopo ci accolse un cielo azzurro inaspettato il cui riflesso sul mare e sulle pozze d’acqua salata sparse qua e là sulla spiaggia, rendeva onore all’aggettivo con cui questo tratto di costa viene qualificato da chi ha avuto la fortuna di visitarlo.

La lunga escursione da Wissant a Cap Blanc Nez con le scogliere di Dover puntate come spilli a farci compagnia leniva la fatica delle ultime settimane di lavoro nella piovosa Bruxelles.

Dopo una breve pausa sulla punta della falesia prendemmo il tragitto di ritorno ma questa volta accompagnati da decine di boe comparse improvvisamente come fossero state seminate nel corso della notte e sbocciate dopo la nostra passeggiata.
Ci stupimmo di quei funghi rossi adagiati su un lato e venuti alla luce dal nulla.
Nel tardo pomeriggio ci recammo a prendere un aperitivo sulla digue e alla cameriera con gli occhiali grandi e i denti sovrapposti come paletti di legno addossati gli uni sugli altri, ne chiedemmo lumi.

A Wimereux, ci illustrò incerta, come in pochi altri posti al mondo, esiste una stupefacente marea che ogni poche ore sale e scende come un montacarichi impazzito.

“Non conoscevate questa cosa delle maree?” udimmo la voce di un signore che poi si sporgeva di lato in modo da poter essere visto.
“No”, negammo basiti.

Laurent, così si presentò, allora ce ne spiegò il funzionamento e ci rivelò anche che il gioco pazzo di una marea aveva fatto perdere l’uso della ragione al vecchio Jean-Pierre.

Si portò poi la mano agli occhi per coprirsi dal sole che stava dipingendo un cerchio arancione sull’orizzonte prima di celarsi dietro una nuvola impertinente e ci raccontò di Jean-Pierre, un vecchio pescatore che conosceva bene le maree, che cent’anni fa o forse più, aveva deciso di sfidarne una.
“A quel tempo non c’erano tutte queste cose” fece afferrando il suo Samsung e “secondo i suoi calcoli quella sera l’alta marea sarebbe dovuta comparire a mezzanotte e non come sostenevano tutti la mattina dopo alle sei”.

“Be’… in passato si narra avesse sempre vinto il vecchio Jean-Pierre”, aggiunse mesto Laurent.

“Convinto del suo giudizio, il pescatore decise dunque di stendersi sulla spiaggia laddove sarebbe cominciata poi l’alta marea. Si distese e si mise ad osservare il cielo pregando di essere lasciato solo con la promessa di incontrarsi all’alba del giorno dopo. La mattina seguente il mare era placido e calmo e di Jean-Pierre più nessuna traccia. Alcun segno”.
“Nessuna traccia?” domandai sorpreso.

“No, sparito. Dissolto. Vaporizzato”. E poi aggiunse enigmatico “l’avrà portato via con sé la luna”.





venerdì 14 giugno 2019

28. Alla ricerca di un riparo sulle strade dietro gare du Nord




Non aveva chiuso occhio tutta la notte e per di più da alcune ore le era pure arrivato il ciclo. Da molto tempo aveva giurato che presto avrebbe smesso di fare quella vita. Di soldi giù al paese, come fanno tutti raccontando cazzate, ne aveva già inviati un mucchio. Ai genitori che la interrogavano sull'origine di tutto quel denaro narrava sempre la stessa storiella, avendo comunque cura di aggiungere di tanto in tanto dei dettagli che annunciassero piccoli avanzamenti di carriera: era stata assunta in un’importante impresa la cui sede lambiva la zona della “bolla europea” dove era impiegata in imprecisate mansioni di pubbliche relazioni a diretto contatto con il presidente della società; una società che operava nel campo delle comunicazioni e, non cessava mai di evidenziare, che per quella professione veniva pagata profumatamente.
Certo ogni volta che il padre le esprimeva il desiderio di farle visita dispiacendosi del fatto che erano anni che non si vedevano lei scovava immancabilmente una scusa tipo che proprio quel week-end il suo capo le aveva chiesto di accompagnarla fuori città per incontrare alcune persone con cui avrebbe dovuto negoziare cifre milionarie; e suo padre e sua madre sospirando comprendevano. Chissà se fingevano s’era domandata più di una volta. L’esito non era mai mutato tanto che i suoi non avevano mai passeggiato sul selciato della Grand Place da quando era arrivata a Bruxelles, ingannata dalla promessa di un’occupazione in un’agenzia di comunicazioni.

“Sospettavano qualcosa i suoi familiari?” si era chiesta nuovamente anche stasera mentre si passava attentamente l’eyeliner.

“Forse mamma”, s’era affrettata a rispondere con una smorfia assillante facendosi uno sbaffo sull’occhio.
Era un mercoledì sera piovoso e normalmente non è che ci fosse un gran via vai giù per le vie che chiudono il perimetro del sesso a pagamento. Uno scappato di casa, un gruppo di ragazzi eccitati in cerca della loro prima avventura da condividere in una chat segreta subito di dominio pubblico, alcuni mariti annoiati e depressi dalla routine familiare, un anziano che non scopa da una vita; cose del genere, insomma.
La pioggia scendeva fina e ostinata e le pozze d’acqua sui marciapiedi soffocavano la luce proiettata dai faretti impiccati sulle vetrine. La gente per strada camminava frettolosamente e non era dell’umore adatto per fermarsi, buttare un occhio sui prodotti esposti e decidere se gettare o meno del denaro dalla finestra. Lei allora doveva prolungarsi verso il bordo della vetrina quasi ad attraversarne il vetro gelato, così che gli infreddoliti potenziali acquirenti potessero valutare la qualità della merce e immaginare quanto avrebbero trovato dentro, una volta saliti i gradini e attraversata la porta bianca anonima.

D’altra parte, l’acqua e il freddo assieme, s’incoraggiava, erano un incentivo per fare i giusti affari.

La tristezza che veniva giù con la pioggerella induceva gli uomini intirizziti ad entrare con la speranza di cavare un po’ di calore anziché soddisfare uno sfogo provvisorio: non era solo un atto sessuale ciò che veniva inseguito quanto un’anima su cui adagiarsi anche solo per qualche istante.

L’aveva capito da tempo, Tania, il conforto che offriva al cuore screpolato degli sconosciuti che cercavano un effimero riparo sulle strade appena dietro gare du Nord.

venerdì 7 giugno 2019

29. Flash, Dott e Lime vorrebbero organizzarsi ma comprendono presto che senza il supporto attivo di Villo! e Jump non potranno mai ottenere nulla e nonostante una certa riluttanza alla fine decidono di coinvolgerli





29. Flash, Dott e Lime vorrebbero organizzarsi ma comprendono assai rapidamente che senza il supporto attivo di Villo! e Jump non potranno mai ottenere nulla e sebbene riluttanti decidono alla fine di coinvolgerli

Flash, Dott e Lime erano tutti concitati e si chiedevano quando sarebbe toccato loro. Ormai era diventata un’ecatombe. Poco più distanti ma in disparte c’erano anche Villo! e Jump. Il primo ormai non veniva più notato da nessuno mentre il secondo, appena sbarcato in città, faceva fatica ad avere una sua identità e la sua quota di umani.

Ogni mattina presto facevano una lista dei sopravvissuti. Di quelli che non erano stati abbandonati in qualche androne, non erano stati smontati, gettati per terra o buttati in qualche stagno.

Fortuna loro, dicevano, parlando di Villo! e Jump (ormai noti come V&J) che ogni sera venivano accompagnati senza tentennamenti in un luogo sicuro dove poter trascorrere la nottata quietamente. Al contrario Flash, Dott e Lime vivevano una condizione di pericolo costante da quando erano arrivati a Bruxelles: ogni giorno ce n’era una.
L’altra sera o meglio l’altra notte, si accingeva a raccontare Lime, aveva preso uno studente della ULB e l’aveva caricato non troppo distante dalla zona delle Istituzioni.
“Uno studente dell’ULB?” aveva subito interrogato Dott abituato ad essere pignolo aggiungendo “e da cosa avresti intuito che fosse uno studente e poi proprio perché dell’ULB?”
“Dott che noia! Sei il solito pedante. Non è che parlo a caso come fa spesso Flash!”
“Scusa? Non ho capito bene!” fece Flash ridestandosi dopo aver trafficato fino a quel momento con una manopola “come sarebbe a dire? Che cosa vorresti insinuare?”
“Lasciamo stare” risposero in coro Lime e Dott.

V&J intanto avevano avuto un moto di malcelata soddisfazione vedendo quei tre battibeccare.

“Quando siamo arrivati all’altezza di Germoir” aveva nel frattempo ripreso a raccontare Lime che dei tre era quello più curato e con una certa consapevolezza del suo essere esteticamente attraente “che cosa ha fatto l’umano?”
“Che cosa ha fatto l’umano?” ripeterono insieme Dott e Flash alzando i fanali verso il cielo e sbuffando della prolissità di Lime.
“Ha caricato un altro umano, una femmina, e io non riuscivo a trasportare quei due. Ero quasi agonizzante: ansimavo e arrancavo. E poi dopo un po’ i due umani cominciarono pure a farsi a farsi delle smancerie; insomma, un po’ di contegno!” concluse aggiustandosi il lungo tappetino.
Dott e Flash scrollarono il manubrio.

“Ah be’… vedete un po’” attaccò immediatamente Flash “ho sentito di un nostro collega finito in fondo ad un stagno dopo che una umana sbronza all’ultimo stadio è volata su un marciapiede”.

“Finito in un stagno?” sbottò Lime dando una strofinatina al fanalino e inorridito non tanto dal triste destino del collega quanto dall’idea del deturpamento della carrozzeria.
“Sì sì”, rispose Flash ancora turbato.
Al che Dott con qualche esitazione cominciò “amici… abbiamo diritto anche a noi a delle tutele. Le nostre vite sono diventate impossibili. Occorre che ci organizziamo e ci mobilitiamo; dobbiamo reclamare a clacson alto i nostri diritti di monopattini e domandare anche noi, come quei due là, dei luoghi sicuri dove gli umani siano costretti a depositarci. Lo ribadisco ancora: io non sopporto più vedere tutti quei nostri colleghi adagiati per terra, esanimi o anche solo morti dalla stanchezza”.
“Facciamo qualcosa” dissero i tre contemporaneamente mentre si voltavano a cercare i fanali di V&J ancora comodamente in sosta sull’altro lato della strada.