venerdì 17 maggio 2019

32. La mazza da baseball del kebabbaro




“Ma tu non ci stai con la testa!” esclamò Faysal strabuzzando gli occhi ancora attonito. Non sai che a Matonge alla gente hanno aperto la testa in due per molto meno?” e ripeté “molto molto meno” aggiungendo un “molto” così da essere sicuro io avessi ben compreso.
Non lo sapevo. 
E a pensarci adesso capisco m’è andata veramente di gran lusso.
Paola una mia corregionale aveva invitato un gruppo di amici ad una cena “senza impegno”, così aveva detto, da un tipo che ha un ristorante in casa; esatto, in casa: nel senso che non ha licenza, non ha insegna, non ha camerieri, non ha menù e non ha, ovviamente, recensioni su TripAdvisor; non ha niente di quanto uno si attenderebbe da un normale ristorante. Salvo che è un ristorante dove si può mangiare tutto preparato e cotto all’interno di una cucina attrezzata esattamente come un ristorante: cuocipasta, brasiere, friggitrici, abbattitori di temperatura e mantenitori di temperatura, lavelli in acciaio inox da far paura.

Una cosa seria ma senza essere seria.

Arrivammo tardi come mi succede sempre e del gran bel di dio cucinato non rimanevano che alcune cozze e poco altro. Mentre chissà perché c’era ancora una valanga di vino. Sorseggiando da una parte e chiacchierando da un’altra il vino mi andò su, inevitabilmente. Dopo un paio di ore decidemmo di spostarci altrove: “dove andiamo? Che facciamo?” erano le domande ricorrenti.
Io avevo un solo bisogno fisiologico: mangiare. Un buco universale nello stomaco in cui avevo versato una gran quantità di vino non chiedeva altro che cibo; solo cibo. Gli altri, che qualcosa avevano già mangiato, fuggirono rapidamente mentre la mia compagna mi suggeriva di salire verso chaussée d’Ixelles alla ricerca di un posto aperto dove potersi nutrire.

Arrivammo a Matonge e dopo aver scansato degli spacciatori d’erba non troppo molesti appostati agli angoli di alcune vie ci ficcammo dentro un kebabbaro.

Ero sbronzo e il gestore vigile che ne aveva viste già molte in quel quartiere, e a quell’ora, mi pedinava con lo sguardo attento verificando non combinassi troppi guai.
Gli chiesi del bagno.
Mi indicò di salire alcune scale e di voltare poi a destra. Mi sentivo osservato, scrutato e sorvegliato.
Dopo essere andato al cesso, scesi le scale e mi accucciai su una sedia proprio di fronte al bancone. Il kebabbaro mi lanciava ancora occhiate di controllo che ricambiavo con sguardi del tipo “ma che cazzo vuoi? Non sto facendo niente!”.

Il tutto si protrasse per qualche secondo finché non sentii che la cosa stesse diventando un fatto da risolvere fra uomini e mi venne di fargli il dito medio.

Il kebabbaro schizzò dal retro del bancone in una frazione di secondo con in mano una mazza da baseball e ci venne incontro brandendola minacciosa. Mi prese per una spalla ma gli effetti dell’alcool erano ancora belli presenti che non ebbe bisogno di utilizzarla: bastò solo strattonarmi che caddi a terra come un salame.
La mia compagna mi si mise accanto a proteggermi piagnucolando e dicendogli che ce ne saremmo andati via immediatamente mentre gli altri avventori ci osservavano distrattamente; o almeno così io speravo.
Mi rialzai appoggiandomi dove potevo e ci muovemmo lentamente verso l’uscita sentendomi addosso lo sguardo vigile del kebabbaro con la mazza da baseball ancora in mano.

Aveva ragione Faysal: quella volta mi andò veramente di lusso.


venerdì 10 maggio 2019

33. Come evitare di pagare il secondo bagaglio con Ryanair (seconda parte)





Le settimane erano volate e inevitabilmente era arrivato anche il 6 maggio e come m’ero ripromesso, infatti, per questa data avrei anche io provato ad evitare di pagare il supplemento per il secondo bagaglio con Ryanair.
Avevo trascorso in Italia la Pasqua e il 25 aprile e temporeggiato ancora qualche giorno dal momento che un amico di Bruxelles si sarebbe sposato di lì a poco. Ma ‘sta cosa del secondo bagaglio stava ancora lì appesa e, d’altra parte, quando acquistai il biglietto aereo avevo volutamente tralasciato di comperare anche il secondo bagaglio: ero pronto quasi a tutto.

Il volo era programmato per le 18.30 e dunque avevo tutto il tempo per fare le cose che vanno fatte prima di partire: uno pensa sempre di avere del tempo e perciò rimanda; finché, giunto il momento della partenza, si scopre l’insufficienza del tempo a disposizione. Ma questa è un’altra storia.

Arrivato in aeroporto passo il controllo di sicurezza e tira via il computer, tira via le chiavi, tira via la sciarpa. Perché suona ancora? Tira via la cintura. Suona ancora. Tira via le scarpe. Sono pronto per attendere con santa pazienza il momento dell’imbarco e quando arriva l’ultima chiamata per Charleroi mi alzo e mi avvicino al banco. Rispetto all’ultima volta non c’è purtroppo il mio amico. C’è invece una coppia di tipe. Ogni tanto vengono a raccattare qua e là i passeggeri dispersi fra toilette e bar urlando “Charleroi? Charleroi?”. Ed eccomi che mi presento. La tipa, quella più arcigna, dopo aver scrutato i miei due bagagli e controllato la carta di imbarco sul mio telefono esordisce: “lei non ha la priorità e nemmeno il secondo bagaglio”.

“Esatto”, faccio io. “L’ultima volta i suoi colleghi mi dicevano che Ryanair aveva dato disposizione comunque di imbarcare anche il secondo bagaglio” aggiungendo a bassa voce “anche senza averlo pagato”.

“È vero”, replica lei scocciata, “ma dal primo di maggio è cambiato tutto nuovamente. E ora si paga”, conclude perentoria.
“Bene. Quant’è?”.
“Sono venti euro”.
“Perfetto. L’importante che mi dia la ricevuta”.
“Ovvio. Lei può pagare in contanti?”
“No, mi dispiace; non ho contanti”.
“Non ha venti euro?”, incredula.
“No”.
“Ok. Quindi paga con la carta, giusto?”
Confermo con il capo.
L’aereo ha ormai imbarcato quasi tutti i passeggeri mentre lo sportello posteriore viene lentamente chiuso e la scala mobile portata via.
“Mah…”, fa l’arcigna all’altra “mi pare che il bancomat è qualche giorno che non funziona, comunque chiama un po’ Marianna e senti se porta la macchinetta per fare il pagamento”.
Attendo. So che il tempo in questo caso gioca a mio favore.
“Mari, scusa, c’è qui un passeggero che deve pagare venti euro, puoi portare la macchinetta? Grazie. Ti aspettiamo, siamo all’uno. Sbrigati, però, che ormai non c’è più nessuno e c’è rimasta solo questa persona” conclude appoggiando la cornetta del telefono.
Aspetto. Capisco che il tempo scorre. Le due tipe si lanciano occhiate interlocutorie. Quando vedo l’ultimo passeggero salire la scala anteriore e sparire dentro mi avvicino alla porta vetrata e butto un occhio in direzione dell’aereo, mentre sento dall’altra parte le tipe dire “ché poi tutte le priorità sono terminate. Anche volendo, come facciamo a mandarlo su con il secondo bagaglio ma senza la priorità?”
Qualcosa sta per muoversi; a mio vantaggio. Ma attendo ancora ancora qualche secondo. Non è il momento di intervenire.

“Be’, aggiungono poi le tipe “potremmo sentire il responsabile degli assistenti di volo e capire se possiamo mandarlo anche se priorità e secondo bagaglio non ci sono”.

Capisco che è il momento di farmi vedere e voltandomi “scusate, non è che mi fate perdere il volo, no?”
“No, non si preoccupi ora chiamiamo lì” fanno prendendo nuovamente la cornetta del telefono ma questa volta per comunicare con l’assistente di volo.
“Ok, può andare” fa l’arcigna e poi voltandosi verso la seconda aggiunge “ah, eccola Marianna”.
Rimango immobile mentre Marianna arriva e conferma che ha la macchinetta.
“E quindi?”, faccio io.
“Può andare” risponde sicura l’arcigna.
“Ma, scusate,” replica Marianna “ho qui la macchinetta”.
Prendo, saluto e me ne vado.

venerdì 3 maggio 2019

34. Pomeriggio di sole al Parvis de Saint Gilles




Avevamo deciso di trascorrere il sabato pomeriggio assieme al Parvis di Saint Gilles. Marco sarebbe arrivato con una nuova ragazza, una tipa con la quale usciva da poco.

Era caldo. Caldo come può esserlo a Bruxelles: tanto caldo e per poco tempo.

Con le fontane che zampillavano un po’ dappertutto per dare refrigerio ai passanti e i bambini che le attraversavano tra una pallonata ed un’altra. Il tardo pomeriggio aveva già visto affollarsi il Parvis. Tavolini non ce n’erano o almeno così appariva. Ci guardavamo un po' disorientati: l’Union?, propose qualcuno. Il Ci piace?, ribatté subito qualcun altro. E che ne dite del Verschueren?, sentii dire un terzo. O le Louvre?, si udì sottovoce.
“Prendiamo delle birre al night shop e ce le beviamo seduti giù in fondo?”, chiesi; aggiungendo “magari tra poco si libera un tavolo da qualche parte. Certo non sarà facile, oggi”.
Ci recammo al night shop sull’angolo a prendere delle Duvel e alcune Jupiler.
Nel frattempo, s’era unito anche Max, fresco di matrimonio insieme a Claire, una francese di Marsiglia che aveva fatto l’Erasmus alla Statale a Milano. Infine, al gruppo s’erano poi aggregati Foteini, da tanti anni a Bruxelles ma di Salonicco e il suo ragazzo di vicino Lecce.
“Be’ com’è andata poi ieri sera al concerto?” chiese Marco.
“Insomma… non tantissima gente. Dopo un po’ c’eravamo anche stufati e abbiamo deciso di tornarcene a casa. Anche perché poi visto le previsioni meteo per oggi non volevamo fare tardi e perderci questa bella giornata di sole” rispose Andrea mentre tirava fuori una sigaretta dal pacchetto.
“E voi invece?”, rivolgendosi a me, “cos’avete fatto poi ieri sera?”
“Niente, dopo la spesa al Delhaize abbiamo deciso di cenare a casa e guardarci la prima puntata di «Bonding». Ché poi appunto oggi con una giornata così, chi se la voleva perdere?” risposi mentre con l’accendino armeggiavo per aprire un’innocua Jupiler.
“Ah sì, com’è?” fece Foteini.
“Mah… non è che c’abbia capito ancora tanto. Magari se vado avanti e non mi stufo prima vi racconterò”, replicai.
“Io ho cominciato a vedere «13 novembre: attacco a Parigi», disse Max e poi “Cristo, la scena del Bataclan ti fa venire i brividi, davvero! Porca puttana: trovarsi lì in quel momento e sentire i terroristi che ricaricano dopo aver svuotato il caricatore e non sai se tocca a te o meno. Mi cago sotto ora!”
“Vero. Una cosa veramente assurda. Se ci pensate: uno va lì a farsi una serata, sentire un po’ di musica, passare un po’ di tempo con gli amici e poi?, e poi non ci sei”, fece sconsolata Claire
Tu t’appelles comment, encore une fois?” chiesi rivolgendomi alla ragazza di Marco che non aveva aperto bocca fino a quel momento salvo un laconico “salut, Chloé” durante il giro di presentazioni.
Moi?” rispose lei sorpresa.
Oui
Chloé
T’es belge?
Oui, pourquoi?, Belge de Bruxelles. Je suis née aux Marolles”.
“Hai visto! Qualche volta capita” pensai.

venerdì 26 aprile 2019

35. Una conversazione da evitare il venerdì sera




“Il problema non è se uno si identifica di più con Lucky o Estragone: il problema è che non mi piace mentire. Punto. Riesci a capirmi?”, domandai irritato.
“Quando fai così sei il solito insopportabile”, ribatté lei.
“Insopportabile? Davvero?” feci io stupito. “Non t’eri spinta mai a tanto. O sbaglio?”
“Non saprei” fece lei girando la forchetta per prendere ancora degli altri spaghetti dal fondo del piatto mentre io aspettavo impaziente una sua risposta.
“Senti”, cominciò, “questa cosa che non ti piace mentire la trovo scandalosamente desueta; non ne capisco le motivazioni. Ho sempre avuto l’impressione che essa fosse più…, come dire, l’esito della tua educazione da chierichetto. È come se l’ottavo comandamento ti fosse stato vergato a caratteri cubitali. Non trovi?”
Annuii. Mi versai ancora del vino bianco.
«Educazione da chierichetto» continuai a pensare. Spesso avevo l’impressione che la cosa fosse decisamente più prosaica; altro che religione e cattolicesimo.
Scosse la testa compiendo lo stesso movimento ondulatorio che faceva quando stava per esaurire la pazienza con i suoi studenti: glielo avevo osservato migliaia di volte ed ero tentato di dirle di non trattarmi allo stesso modo; mi arrestai in tempo, per carità: e chi voleva sentirla?

“Il punto”, attaccai convinto questa volta, “non è né religioso né morale.

Per quanto mi riguarda la menzogna ha il sapore di un frutto rapidamente andato a male e la vista di mille drosofile attorno a spolparsene la parte marcia: non mento non a causa del precetto dell’ottavo comandamento. Non è quel dispositivo normativo che me lo impedisce. In un certo senso è anche più semplice.”
“E allora? Perché non mentire? Perché non confondere le acque?”, replicò infastidita.

“È più una questione di identità”, risposi cercando di articolare un pensiero con un minimo di senso.

“Caffè, dolci?”, domandò la cameriera che s’era avvicinata ed era rimasta lì qualche secondo, in attesa che noi ci interrompessimo.
“No, no, grazie” rispose lei mentre l’accompagnavo con lo sguardo confermandone le intenzioni.
E poi ci ripensai e dissi: “ah scusi… può portarci ancora del vino? Bianco? Grazie.”
La cameriera si girò frettolosamente, sistemandosi gli occhiali e dirigendosi subito verso il bancone.
“Mentire mi confonde. Non capisco chi parla, rischio di non sapere chi è, per usare un termine tanto caro agli anglofoni, «accountable» di quanto si vada dicendo. Chi è poi l’io che dovrà ricordare la menzogna? Il problema, in un certo senso, non è la menzogna in sé e per sé né, figuriamoci, le sue conseguenze morali. È il continuo esercizio della memoria della menzogna più che la menzogna stessa ciò che mi secca di una menzogna.”

“Scusa, mi sono persa. Non so dove vuoi arrivare e questa conversazione è di una noia mortale” fece alzando gli occhi e sbuffando.

“Sì, forse hai ragione. È venerdì sera e poi siamo pure a cena fuori. A proposito: come sta poi Sofia? È un po’ che non la vedo. L’ultima volta non mi sembrava stesse bene.”
“Meglio. Non si capisce poi cosa le fosse accaduto quella sera a cena dal greco. Ora sta frequentando un ragazzo incontrato un paio di settimane fa ad un concerto. È tutta presa: speriamo sia la volta buona.”

“Speriamo.”


venerdì 19 aprile 2019

36. Dopo due anni ci poteva anche stare, no?




“Andiamo a fare una passeggiata oggi pomeriggio? Avrei bisogno di parlarti”. Ci aveva pensato a lungo se fosse stato meglio fare la chiacchiera da sobri o meno. E alla fine s’era convinta che forse era più opportuno fare una passeggiata. Aveva finalmente deciso di mettere nero su bianco le sue intenzioni.
Stavano insieme da più di due anni e, secondo lei, perché non avrebbero potuto fare anche un progetto di vita comune? Sì, oggi gliene avrebbe parlato.

Che poi, pensava, un progetto di vita comune: si trattava di andare a vivere assieme; mica di sposarsi o altre cose ancora. E che cacchio: dopo due anni ci poteva anche stare, no?


Presero a camminare lungo le vie del centro tenendosi per mano e fermandosi ogni tanto a dare una sbirciata ai negozi. Poi lei si fermò davanti ad una vetrina: “secondo te mi stanno bene questi?”, indicando degli orecchini a cerchio, in argento, dallo stile vagamente asiatico.
“Sì sì, direi di sì; sono un po’ simili all’altro paio che indossavi qualche giorno fa; ma ok”, disse lui spostandosi leggermente su un lato e trascinandola lentamente via. E poi aggiunse: “se vuoi posso regalarteli per il tuo compleanno”.
“Ma no!”, fece lei sorridendo. “Non ci sarebbe nessuna sorpresa. Ma che gusto ci sarebbe se sapessi già il regalo che mi farai?”
“Sì… in effetti… sono veramente pessimo”, fece lui, riprendendole la mano.
Fecero ancora qualche metro in mezzo alla folla del fine settimana quando s’imbatterono su una panchina.
“Ti va di sederti?” domandò lei
“Certo”.

“Ti ricordi ti avevo accennato dell’appartamento di mia nonna?, quello che i miei avevano affittato? È finalmente libero; gli inquilini l’hanno mollato e mio padre m’ha chiesto cosa farne prima di riaffittarlo. Magari potremmo andarci noi, che ne pensi?”

“Noi?”
“Sì, noi”, replicò lei perplessa.
“Io ho già un mio appartamento. E tu vivi in quell’altro”, attaccò prontamente lui.
“Esatto. Ed è per questo infatti che stavo cercando di capire. Che senso ha per me continuare a pagare un affitto di là. Potremmo condividere il tuo appartamento oppure andare insieme in quello vuoto di mia nonna. A me sembra una buona idea. Che dici?”
Acchiappò la busta del tabacco da dove estrasse una cartina che tagliò in due voltandosi poi dall’altro lato. Prese un pugnetto di tabacco rollandolo sulla cartina, bagnandone con la lingua la colla in modo da chiudere poi la sigaretta. Tirò fuori l’accendino dalla tasca e provò più volte ad accenderla ma l’accendino non ne voleva proprio sapere. Poi finalmente ecco la fiamma: fece un lungo tiro.
“Condividere il mio appartamento dicevi? Ma lo condividiamo già. Dormi a casa mia tutti i fine settimana”.
“È vero. Ma non è la stessa cosa. Senti Stefano: stiamo insieme da due anni e ci comportiamo come due adolescenti. E che cazzo!”
“Ma che dici? Che significa «come due adolescenti»?” “E poi lo sai, no?”, aggiunse “io ho le mie abitudini. Mi piace fumarmi una sigaretta la mattina mentre sto in bagno senza fretta. Boh… credo che stiamo meglio così. Guarda: io sono innamorato di te. Ma ho i miei ritmi, le mie cose: lo spazzolino sul lato destro e il dentifricio sull’altro. Dai stiamo bene così. Perché vuoi andare a rompere questo equilibro?”

venerdì 12 aprile 2019

37. Lunedì vogliono che vada lì a servire





Piccio vive a Bruxelles da cinque anni e non è mai tornato in Italia. L’altro giorno mi ha mandato un messaggio chiedendomi: “vai in Italia? Dovrei andarci anche io la settimana prossima.”
“Sì. Parto mercoledì prima di Pasqua. Com’è che vai giù? È successo qualcosa?”
“Sì!”
“Pare che mia madre sta lì lì. In più ho litigato con l’altra cameriera e il ristorante resterà chiuso. Ti spiego dopo che ora sono al secondo lavoro. E se c’è il biglietto aereo con il tuo volo partiamo insieme. Se tu hai la carta di credito e ti do i soldi? Magari puoi prenotare anche per me.”

“Ok, possiamo fare così” e aggiunsi “comunque, sentiamoci quando hai finito con il secondo lavoro, così mi spieghi di tua madre.”

Nonostante il sole e la possibilità di trascorrere una piacevole serata sul canale, avevo deciso di starmene disteso sul divano: qualche pagina di un libro e un po’ di Netflix. Non avevo molte ambizioni per quel sabato sera. Verso mezzanotte mi arrivò la sua chiamata.
“Ti disturbo?”
“No, tranquillo. Mi spieghi cos’è successo?”
“Be’ niente… c’è una nuova cameriera al primo ristorante sta lì da due mesi con un contratto a tempo determinato… tu sai che io sono un tipo tranquillo… ma con questa sono cominciati i problemi… allora è arrivato il proprietario e ci ha chiesto… ma quali sono ‘sti problemi? e lei ha attaccato a parlare per un’ora in francese in modo che io non ci capissi niente… quando ha finito il padrone si è girato verso di me come per dire… e tu? e io gli ho detto che insieme a lei non ci volevo più lavorare… fa un casino con le comande le stropiccia tutte… e poi il cuoco non ci capisce niente… prima che arrivasse si lavorava tanto bene… al che il padrone fa… dai trovate una soluzione!… e io no… io non ci sto… con lei non ci voglio più lavorare… e gli faccio… guardi io sto qui da 2 anni… so come funziona la sala e tutto… lei sta qui solo da due mesi… al che il proprietario… io devo andare in vacanza e quindi o trovate un accordo oppure niente… e io con tutto il rispetto… non ci sto o lei o io… al che lui ha deciso di tenere chiuso per due settimane… quando ho visto questa situazione ho chiesto di lavorare di più al secondo ristorante e quello m’ha detto ma no, ora non si può fare siamo sotto le vacanze di Pasqua… magari ne parliamo dopo ed io ho pensato guarda che stronzo anche ‘sto secondo padrone”.

“Piccio, scusa, ma non c’ho capito nulla… non è cattiveria… è pure tardi… se puoi, senza farla troppo lunga…”

“E… sì… ti stavo dicendo… senza farla troppo lunga… ma se tu m’interrompi… al che ho pensato a questo punto visto che il primo ristorante è chiuso e il secondo c’ha il problema di Pasqua… posso andare a trovare mia madre poi ho aperto l’email ed ho trovato un terzo ristorante che vuole che vado lì a fare una prova si chiama il trabucco e sta a Etterbeek… lunedì vogliono che vada lì a servire… nessun problema poi se va bene… certo con tutti ‘sti lavori qualche volta mi sento ’no schiavo”.

“Scusa, Piccio: ma tua madre?”

“Ah, sì… scusa… vero… mah… niente… dopo che ci siamo sentiti con te ho poi parlato di nuovo con mia sorella e m’ha detto di non preoccuparmi troppo… secondo me mia sorella c’ha avuto pure paura che sono andato troppo in paranoia… sai com’è? e poi io ho pensato… tanto… quando hai la madre anziana ci può stare… comunque vedo come va la prova e poi decido.”
“Ok. Fammi sapere, allora.”
“Certamente. Ciao.”



venerdì 5 aprile 2019

38. Quella volta del colloquio di lavoro da Primark




“Cami?”
“Camille, hai fatto?”
Aveva già bussato una prima volta e, conoscendola, la sera prima s’era anche raccomandato. Ma lei era così: quando si trattava del bagno ci poteva stare anche delle ore. Ribussò nuovamente. 
Stamane lui non poteva attenderla.
“Ho fatto, ho fatto. Marco, solo un secondo, e te lo lascio”, replicò dall’altra parte.

S’era girato e rigirato tutta la notte: non aveva chiuso occhio.

Aveva superato la prima selezione ed oggi avrebbe avuto il colloquio di lavoro come addetto alle vendite per la nuova sede di Primark a Ixelles. E voleva quel posto. Ne aveva disperatamente bisogno: alla sua età non è che fossero rimaste molte altre possibilità di trovarne uno decente, di lavoro. Si tormentava ripetendo “avessi avuto ora venti anni: sai quanto avrei spaccato?” Ne aveva superati il doppio da un pezzo.
Da un suo amico “bénévole” in un centro culturale di Schaerbeek aveva saputo che da Primark cercavano gente da assumere, a tempo indeterminato; non gli pareva vero, diviso, com’era, fra Deliveroo e altri lavoretti.

Avrebbe dovuto spegnere i termosifoni, pensava; nella sua stanza faceva caldo, troppo caldo: forse era stato questo il problema.

Era in coloc” con altre due persone: tizi simpatici anche se, credeva, troppo giovani per lui. Se la cosa da Primark fosse andata a buon fine aveva già adocchiato uno studio sui 600 euro al mese, tutto incluso; e sarebbe stato perfetto per lui.
Quella stessa mattina Andrés aveva preso servizio sulla prima corsa del tram numero tre. Poco dopo aveva ricevuto un SMS dalla madre giù da Jaén: “quand’hai il primo volo?” gli aveva domandato. Avrebbe voluto tornarsene a casa e mettersi sul divano a piangere; ma un lavoro alla Stib era sempre un lavoro alla Stib.
L’appuntamento con il responsabile delle risorse umane di Primark era alle nove e a Marco sarebbe servita una buona mezzora per arrivare a rue Neuve. Aveva calcolato con estrema precisione il tempo e il tragitto necessari. Suo padre gli raccomandava costantemente: “cerca di arrivare sempre qualche minuto prima ai colloqui di lavoro”; e questa volta, chissà perché, aveva deciso di seguirne il consiglio. Non abitava troppo lontano dal parco Josaphat: doveva prendere il sette e poi cambiare a van Praet e da lì poi il tre fino a Rogier; e poi ancora a piedi fino a Rue Neuve.
Arrivato a Demolder Marco vide tutti passeggeri muoversi, non ne capiva le ragioni: si levò le cuffie e sentì l’autista del tram gridare “Terminus!
Gli toccava scendere. Non l’aveva programmato e il prossimo tram sarebbe passato dopo cinque lunghi minuti. Non appena arrivò, un mucchio di gente si riversò sulla strada. Ora sul marciapiede s’era formata una bella folla.

E adesso?
Si guardava attorno camminando nervosamente avanti e indietro.

Eccolo finalmente il sette. Si fece largo tra la folla e salì di corsa dando uno spintone ad un anziano che per poco non cascava per terra. Cazzo questo contrattempo non ci voleva, si ripeteva. Giunto a van Praet prese la coincidenza al volo montando sul tre e piazzandosi proprio accanto all’autista. Ormai fuori di sé, gli imprecava contro incitandolo ad andare più rapido; sì, perdio, più rapido!
Alla fermata di gare du Nord, Andrés aveva deciso che ne aveva abbastanza degli insulti del tipo, uscì dall’abitacolo e gli mollò un sinistro facendolo atterrare un metro più dietro. Dopo esser rientrato, si risistemò la giacca e chiamò la sicurezza facendo presente che sul mezzo c’era un pazzo molesto da venire a recuperare.